Archivia Marzo 2017

La responsabilità dell'uomo comune

 

begato-diamante

Una delle mie alunne, dopo aver partecipato alla giornata in memoria delle vittime di mafia e aver visto a scuola con la classe il film “I cento passi”, mi chiede, con la logica ferrea che solo i bambini e gli adolescenti possiedono: ” Ma perché non fanno tutti il percorso sulla mafia che abbiamo fatto noi? Una volta che i mafiosi attuali sono morti tutti, non ce ne sarebbero più”. Le rispondo con un sorriso amaro:” Quante classi di questa scuola hanno partecipato alla manifestazione?”- “Noi”- “Ti sei già risposta da sola”.

Prendere atto di un fallimento è sempre sgradevole ma, preso atto di non essere riuscito, come attivista di Libera, a coinvolgere i miei colleghi nelle attività di educazione all’antimafia che svolgo da tempo nella mia scuola, è anche giusto e corretto chiedersi perché, come è giusto e corretto chiedersi perché a Genova, capoluogo di una regione dove ieri è stato chiuso un comune per mafia, e non è certo l’unico episodio di presenza delle mafie registrato in Liguria, alla manifestazione è mancata la gente comune, quella che incontriamo ogni giorno per strada.

La risposta, in entrambe i casi è semplice e dovrebbe, secondo me, e dovrebbe secondo me fornire uno spunto di riflessione a chiunque si occupi di contrasto alle mafie nel nostro paese: alla maggior parte della gente, sostanzialmente, trasversalmente, del contrasto alle mafie e alla corruzione non importa nulla. Punto.

Non esiste in Italia qualcosa che possa anche lontanamente paragonarsi a una coscienza civile condivisa, a un concezione del bene comune come patrimonio collettivo da tutelare insieme. Non esiste una cittadinanza attiva se non per una parte minoritaria della popolazione che diventa, suo malgrado, elitaria.

Libera da qualche anno a questa parte segna il passo, non riesce più  a crescere, non riesce più a incidere come un tempo sulle coscienze. Tanto che, spesso, finisce sulle prime pagine con titoli poco lusinghieri, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile. Una buona parte di questi titoli sono falsi scoop, come quello del giudice che ci ha messo più di un anno per ammettere pubblicamente di aver detto delle idiozie su una inesistente gestione delle cooperative da parte di Libera.

Questo accade non solo per errori di percorso, inevitabili e giustamente evidenziati, perché la trasparenza deve valere per tutti, ma perché, passata l’onda emozionale che ha accompagnato la nascita del movimento, ottenuti alcuni risultati importanti, anche se non ancora del tutto compiuti, come la legge sui beni confiscati, il punto di arrivo attuale è quello di tutti quelli che hanno provato a cambiare le cose realmente in questo paese: il muro di gomma dell’indifferenza da parte della maggioranza dei cittadini.

Indifferenza spesso di comodo, come quella degli imprenditori del nord che con la mafia fanno affari e la considerano un attore come un altro del mondo della finanza, indifferenza spesso dettata dall’ignoranza, dalla percezione che le mafie riguardano il sud, da una stampa che fa molta fatica ad ammettere la presenza mafiosa al nord, da una magistratura che fa ancora più fatica a certificarne l’esistenza con sentenze chiare, da una politica che da anni semplicemente nega il problema, ma è un’indifferenza soprattutto dettata dalla naturale ritrosia degli italiani ad assumersi le proprie responsabilità, dalla tendenza a delegare ad altri ciò che va fatto insieme.

Il pensiero liquido qui si trasforma in amnesia, la resilienza in tiriamo a campare finché mettiamo qualcosa nel piatto.

Non si spiega altrimenti come la mostruosa norma che vieta di dare da mangiare agli extracomunitari, recentemente applicata ad un cittadino francese reo di aver commesso un gesto di empatia umana,  possa essere accettata in silenzio e la notizia di questa multa, roba da leggi razziali, passi come un trafiletto sui giornali.

Non si spiega altrimenti come si possa anche solo pensare una legge sul decoro dei centri storici che permette di allontanare, non si sa bene come e in che termini, chi non commette alcun reato ma disturba il comune senso del decoro.

Non si spiega altrimenti che un vice presidente di regione, si allontani da una manifestazione contro le mafie perché è partita Bella ciao, l’inno di chi, dando la vita per un’idea di democrazia, ha permesso che lei e quelli come lei, potessero governare (male) una regione ed esprimere le loro  (pessime) opinioni.

Stiamo parlando di palesi tradimenti della carta costituzionale, dello spirito della carta, se non della lettera ( anticipo in partenza le dotte eccezioni del leguleio di turno) cioè del contratto sociale che riguarda ognuno di noi.

Se la gente non scende in piazza per queste cose, perché dovrebbe farlo contro un potere ombra come quello delle mafie, che si alimenta del silenzio, che non si vede ( se non si vuol vedere), l’unico che applica, purtroppo per tutti noi, quella politica del fare tanto blaterata dai politici di tutto il mondo.

Forse l’antimafia dovrebbe ripartire dai margini , dalle periferie dove si condensa la rabbia, dove gli ultimi continuano a non esistere, chiusi nei loro ghetti, divisi da muri di odio e diffidenza verso la città “normale”, rispettabile, dove si consumano crimini anche più gravi, nelle banche, negli uffici delle finanziarie, che nessuno mai condannerà.

Libera lo fa, in parte, con i suoi corsi di formazione per gli insegnanti, con il progetto “Anemmu”, a Genova si chiama così,in altre regioni con altri termini dialettali,.un lavoro fantastico, portato avanti da giovani volontari che meriterebbero un monumento, che riguarda ragazzi che sono sottoposti alla messa in prova da parte del tribunale, gli ultimi, appunto. Poco, ma qualcosa: poco perché siamo pochi e siamo pochi perché la parola “impegno” alla maggior parte degli italiani fa venire l’orticaria.

Una parte di me, quella dell’insegnante, vorrebbe incontrare chi ha scritto Don Ciotti sbirro su un muro di Locri e chiedergli perché lo ha fatto, da dove nasce quella rabbia, qual è il possibile punto di contatto per incontrarsi e trovare un dialogo costruttivo.

E’ troppo comodo dire siamo tutti sbirri, mettere frasi a effetto sui social network e liquidare la questione come provocazione mafiosa, troppo semplice, troppo italiano.

Perché Locri è periferia del mondo, perché al mondo non esistono solo le belle persone che marciano festanti sventolando le loro bandiere ma anche le persone povere, che belle non sono, perché la povertà non ha niente di bello e di nobile, persone disperate che applicano alla lettere quella morale dell’ostrica che Verga ha così ben descritto nei suoi capolavori, restando attaccate al loro nido, alle loro abitudini, al loro micro mondo. Sono persone disperate e la fase successiva alla disperazione è la rabbia.

Se c’è rabbia, c’è volontà di reazione. Quello che dovremmo fare, la sfida del futuro, forse, è cercare di incanalare quella volontà di reazione verso fini positivi far capire a chi ha scritto quella frase, a tutti quelli che scrivono quelle frasi, che esiste qualcosa di diverso dal guscio della loro ostrica.

Per fare questo bisogno ricominciare da capo, rimboccarsi le maniche, buttare nel cesso la retorica e trov
are nuove strade, muoversi verso altre direzioni diverse da quelle battute fino a oggi.

Personalmente non sono per nulla soddisfatto di quanto io ho fatto fino ad oggi, sono consapevole di dover fare di più, soprattutto nel mio lavoro, e a darmi una spinta a continuare sono le domande di una ragazzina di dodici anni e un classe che mi chiede di mettere sulla Lim il testo de I cento passi per cantarli tutti insieme. Non perché senta di aver lavorato bene, ma perché penso che questi ragazzi sono migliori di noi, più responsabili di noi e meritano tutto l’impegno possibile. Almeno quello, visto che gli stiamo distruggendo il futuro con la nostra indifferenza.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Sotto nessuna bandiera, ma uniti contro le mafie

Non amo le celebrazioni, le trovo retoriche, imbalsamate, una vuota ripetizione rituale priva di un significato profondo. Non che non ne capisca il senso e la necessità, tuttavia provo una naturale insofferenza verso quei giorni fissi del calendario, 1 Maggio, 25 Aprile, 21 Marzo, ecc. in cui ci si ricorda di essere lavoratori più o meno sfruttati dai padroni, democratici più o meno derubati dei propri diritti, cittadini più o meno colpiti, avvelenati, offesi dalla corruzione e dalle mafie per poi tornare ad essere, il giorno dopo, lavoratori che non conoscono neanche il loro contratto, democratici che giustificano le svolte autoritarie e le ambiguità del potere, cittadini che credono che la mafia riguardi gli altri.

Tuttavia proprio perché viviamo in un insopportabile clima di normalizzazione dove fa gioco al potere ignorare che esiste un problema di diritti per i lavoratori, che viviamo in una democrazia controllata, che la mafia c’è e lotta contro di noi, quest’anno parteciperò alle celebrazioni (perché poi ci vado eh, alle manifestazioni, con la felpa di Libera, con la bandiera del mio sindacato, ecc.) un po’ più convinto della loro necessità, un po’ meno svogliatamente del solito.

Cominciamo col ventun marzo, il giorno del popolo di Libera. Uno dei nomi che verranno ricordati sul palco, quello di Graziella Campagna, uccisa a diciassette anni perché aveva visto una carta d’identità che non doveva vedere, mi è particolarmente caro: perché la conoscevo, perché era la sorella di un mio carissimo amico, perché la vicenda si è svolta là dove sono le mie radici e il mio cuore, un piccolo paese della provincia di Messina da cui proviene la mia famiglia e dove ho passato tante lunghe estati della mia vita.

La morte di Graziella è stato il mio primo contatto diretto con la mafia, una sorta di perdita dell’innocenza se volete, la consapevolezza che la mafia non è qualcosa che tocca gli altri, ma tocca, direttamente o indirettamente, tutti noi.

Inutile fare troppi discorsi: Genova è città tiepida riguardo al problema delle mafie, città ricca e comoda, dove si riciclano i proventi della camorra e della ‘ndrangheta, sotto il naso di chi sa e non parla, dove il gioco d’azzardo e il racket ad esso collegato sono diffusi capillarmente soprattutto nelle periferie, dove i delitti di mafia, nella migliore tradizione, vengono fatti passare per questioni di donne, dove passa una quantità di droga sufficiente a soddisfare la necessità di mezza Europa.  Eppure, ufficialmente, la mafia non c’è. Come scrive Isaia Sales, studioso autorevole del fenomeno, l’omertà è un mito costruito al sud molto più forte al nord, dove le mafie si sono ormai insediate in modo subdolo, invisibile e, per questo,ancora più pericoloso.

Sarebbe importante che questa città, questa regione, dove si spara poco ma si ricicla e si traffica moltissimo, prendesse coscienza che la mafia c’è, che la corruzione c’è, che c’è anche l’omertà e la paura, in certi quartieri. Sarebbe importante che prevalesse la voglia di risollevare la testa, Genova l’ha fatto tante volte, il desiderio di dire no a questo flagello che nel silenzio e nell’indifferenza, prospera e cresce.

La lotta alla mafie non è di destra né di sinistra, non è cattolica o atea, non ha bandiere: è un dovere civile, è un’azione civile che tocca a ognuno di noi.

Sarebbe bello se domani ci fossero tantissime persone in piazza ad ascoltare i nomi di chi è caduto per noi adempiendo il proprio dovere o, come Graziella, è rimasto vittima di un sistema perverso e crudele, di cui fanno parte persone più o meno deboli, più o meno infami, più o meno conniventi ma senza attenuanti: perché la mafia, i mafiosi e chi li fiancheggia erano, sono e saranno sempre e solo merda.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Yvan Sagnet: la speranza è nei prolet.

 

Yvan

Yvan Sagnet è un giovane ingegnere camerunense che parla un italiano fluente e garbato e ha lo sguardo di chi vede lontano.

Nel 2011 si trovava a Nardò, nel salentino, per lavorare come bracciante. Gli bastano cinque giorni per comprendere la terribile situazione in cui i braccianti provenienti da vari paesi erano costretti a lavorare. Organizza il primo sciopero di lavoratori stranieri nel nostro paese, dura un mese e riesce ad ottenere la legge sul caporalato, un primo passo importante ma non sufficiente a eliminare questa piaga, come dimostra il recente incendio a Rignano.

Chi volesse approfondire la vicenda, può cercqa in rete la puntata di La tredicesima ora di Lucarelli, che racconta la vicenda, o leggere il bel libro di Yvan, Ama il tuo sogno.

Yvan gira l’Italia per raccogliere testimonianze, denunciare e proporre la sua visione di un mondo diverso. Ascoltandolo, mentre parla, si percepisce una grande convinzione in quello che dice. Abituati ad avere a che fare con politici e affini che mentono con naturalezza, non essendo più adusi alla sincerità, Sagnet dà un’impressione di ingenuità, di pulizia,  non scevra da una sincera ammirazione per un uomo che non ha chinato la testa di fronte  allo sfruttamento e alla violenza.

Eppure non sogna la luna. La più convincente delle sue proposte è quella di un certificato etico degli alimenti, unito alla certificazione di qualità, la garanzia che quelle verdure, quella frutta, non è stata raccolta da schiavi.

Ci sono organizzazioni che già lo fanno, come Altromercato, ma Yvan vuole che venga esteso anche alla grande distribuzione. Sì, perché quei pomodori, quelle arance, raccolte dagli schiavi sotto l’occhio vigile e crudele dei caporali, vanno a finire sui banchi della Coop, di Auchan, di Carrefour, ecc., prima di arrivare sulle nostre tavole. Sagnet vuole spezzare questo circolo vizioso e il certificato etico rappresenta il primo passo.

Già l’idea di mettere i bastoni tra le ruote alle multinazionali può apparire ingenua, utopistica, quasi quanto quella di organizzare uno sciopero di braccianti stranieri e ottenere una legge che condanni il caporalato…

Durante l’incontro a cui ho presenziato, lo scetticismo arriva, a sorpresa e con un po’ di tristezza, dai giovani, che chiedono cosa possono fare per opporsi a un sistema che reputano inattaccabile. Yvan, pacatamente, risponde parlando di responsabilità individuale, di unione e cooperazione, addirittura di lotta di classe. Praticamente sta bestemmiando, ma come?, lotta di classe nel mondo del politically correct, della democrazia, dei diritti civili, ma cosa dice?

Noi europei siamo troppo ricchi, troppo comodi, prigionieri delle nostre fatte sicurezze, convinti di essere liberi in una società mirata a farci risparmiare tempo per farci sprecare risorse, non vediamo più oltre il nostro naso, non ci prendiamo più tempo per pensare perché ci rubano il tempo per comprare.

Nel nostro paese, in particolare, stiamo subendo una politica di elemosine e scippi di diritti acquisiti senza fiatare. Il jobs act, la Buona scuola, sono andati a intaccare il lavoro, su cui è fondata la nostra repubblica, e la scuola, su cui si fonda il futuro, senza grandi proteste di massa, senza troppo clamore,  senza che qualcuno alzasse la testa e dicesse un no forte e chiaro al potere, trascinandosi dietro gli altri. ormai nella nostra società non si lotta più per i diritti, si lotta per l’iphone. I nuovi riti sono l’apericena, il black friday, i saldi di fine stagione, celebrano tutti sua maestà il Consumo, l’unica divinità riconosciuta dalle politiche occidentali.

Esco dalla sala, dopo aver stretto la mano a Yvan e averlo ringraziato per le sue parole così pesanti, importanti, e per quello che ha fatto, con la convinzione che Orwell avesse un che di profetico. “La speranza è nei prolet”, scrive ripetutamente nel suo capolavoro, la speranza è negli ultimi, nei diseredati, negli emarginati, nei nuovi schiavi di questa società. In una società coem quella descritta in 1984, di gente drogata dalla televisione, incapace di discernere il falso dal vero, guidata da un leader invisibile che modifica quotidianamente il linguaggio cambiando il senso alle parole, in una società che gestisce ogni aspetto della vita dei suoi cittadini, ovviamente parliamo di fantascienza, gli unici in grado di accendere la fiamma della rivolta possono essere i sottoproletari, gli schiavi necessari a far andare la macchina.

Yvan è un giovane immigrato, colto, consapevole, determinato: il cambiamento, per questo paese, può partire solo da persone come lui, persone che non sono disposte a chinare la testa e adattarsi a un sistema perverso perché le cose sono sempre andate così.  Persone che sognano un mondo diverso e cercano strade per cambiare quello in cui viviamo.

Il futuro è nei prolet, appunto.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Le periferie della nostra (cattiva) coscienza

download

Socialmente pericolosi è un film che narra la vicenda, vera, di un giornalista che stringe un rapporto d’amicizia con un camorrista. Sullo sfondo di questa storia, c’è quella parallela di un’associazione fondata da Fabio Valente, il giornalista che è anche regista del film, il cui scopo è quello di offrire una possibilità di riscatto a un gruppo dei ragazzi dei quartieri spagnoli di Napoli.

Un film dunque che, come altri, esamina la periferia, quella di Napoli e quella delle città del nord, dove i ragazzi di Valente vanno a girare i loro cortometraggi.

Le periferie, come la cattiva coscienza, nascondono le colpe e i colpevoli, le passioni innominabili e i peccati, sono la valvola di sfogo della civiltà dei consumi.

Le periferie a Napoli, come a Genova, come a Milano e in ogni altra parte d’Italia, sono diventate negli ultimi anni pericolosi focolai d’infezione sociale, spazi dove la criminalità e la devianza trovano un terreno fertile per crescere e prosperare, veri e propri incubatori, per usare una parola di moda, di delinquenza.

Le periferie sono il frutto più evidente della disuguaglianza provocata dal nostro sistema, luoghi dove il malessere si presenta con un largo anticipo e in cui, se esistesse una preveggenza politica e sociale, si potrebbero bloccare sul nascere fenomeni che rischiano, nel corso del tempo, di dilagare su tutto il territorio.

Genova, come Napoli, vive la contraddizione di avere una grande periferia, il centro storico, in pieno centro città. Guardando le immagini dei quartieri spagnoli nel film, il genovese pensa immediatamente ai suoi carruggi. Questa situazione particolare marginalizza ancora di più le periferie “vere”, quelle dove la marginalità diventa meno evidente e quindi meno controllabile,

Ogni grande città ha i suoi ghetti, in genere le zone a edilizia popolare, luoghi non luoghi, privi di servizi, dove gli interventi pubblici si limitano o alla libera iniziativa dei cittadini o a quella di associazioni di volontariato spesso malviste dagli abitanti, perché i volontari, di solito ma non sempre, non fanno alcuna differenza tra italiani, stranieri e rom e offrono la loro solidarietà a tutti indistintamente. Purtroppo, dove c’è povertà, si annida il razzismo, alimentato da una politica sempre più squallida e priva di qualsiasi valore etico.

Non a caso, nel film, a offrire un’opportunità ai ragazzi dei quartieri spagnoli, non è lo Stato,che in quei luoghi mostra solo la sua faccia repressiva, ma l’iniziativa di un uomo che vuole dare un senso al proprio lavoro.

Tornando alla mia città, indubbiamente questa giunta ha avviato lavori di ristrutturazione urbana importanti e necessari in alcune zone della città ma, a parte che in altre zone, non è stato fatto nulla, e questo può essere comprensibile con la scarsità dei fondi del comune, pensare che riqualificare una periferia consista nel rifare una strada o un viadotto, è esattamente il tipo di visione che ha portato alla creazione dei ghetti.

Le periferie si riqualificano creando centri di aggregazione giovanile che non siano centri commerciali, chiudendo le scuole che vanno chiuse e ristrutturando quelle che vanno ristrutturate, aprendo biblioteche multimediali e centri civici che possano offrire servizi a tutta la cittadinanza, potenziando e non tagliando, come si sta facendo da tempo, i servizi sociali.

Di tutto questo, si parla poco, non si apre quell’ampio dibattito pubblico che sarebbe necessario per avviare un processo di ristrutturazione sociale ormai non più rimandabile. E questa giunta ha fatto più di quelle che l’hanno preceduta, mi si gela il sangue nelle vene al pensiero che possa salire al potere in città gente che ritiene provvedimenti urgenti quello sulla legittima difesa o la limitazione dell’uso del Burqa per le donne islamiche.

Eppure, la fenomenologia dei terroristi che hanno colpito in Europa, tutti residenti nelle banlieue dei grandi certi urbani, avrebbe dovuto insegnare qualcosa alla politica su dove e come intervenire per prevenire.

Tornando al film, che sarà proiettato ancora domenica al teatro Verdi alle 21, e che vi consiglio di andare a vedere perché è bello e fa pensare, ha il grande merito di mostrare che una via d’uscita da destini che sembrano segnati, come quello dei ragazzi nati in quartieri controllati dalle mafie, è possibile ma non può sempre essere lasciata alla buona volontà del santo di turno: questo paese, tutto, ha bisogno di un ritorno a un’etica della politica che sembra assai distante dal balbettio insensato che riempie quotidianamente le pagine dei giornali.

Le periferie sono il cuore delle città, un cuore che può pompare veleno o linfa vitale, a seconda di come si interviene. Quando la politica lo capirà, sarà sempre troppo tardi.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Prendo atto che ci sono persone che valgono meno

 

b2452f526f5bf62ab7e9cbeb8573c5fd

Non avevo mai avuto un alunno andato via perché con una ruspa gli hanno buttato giù il luogo in cui abitava, oggi è successo.

La cosa più dura da mandar giù è che è successo nel silenzio più totale, col plauso dei cittadini, il silenzio di chi, a mio avviso, ma io non conto nulla, avrebbe dovuto parlare, uno sgombero efficiente, rapido, inodore.

Oggi, a Cornigliano, dove hanno sgomberato un campo rom che, intendiamoci, avrebbe dovuto essere sgomberato da anni, mancavano le nobili associazioni che si occupano di diritti civili e libertà, che chiedono a gran voce legalità e rispetto della costituzione.

No, non volevo che difendessero i rom, io e i miei colleghi dell’Istituto comprensivo di Cornigliano, Genova, Italia, Europa, avremmo voluto che spendessero una parola per tutelare il diritto allo studio dei bambini che vivevano in quel campo e frequentavano la nostra scuola. Una parola per chiedere che i progetti avviati su quei bambini continuassero, che le ore di formazione fatte dagli insegnanti fuori dall’orario di lavoro per imparare come gestirli, come avviare un difficile processo di integrazione, per spiegargli che un’altra vita era possibile non andassero persi, come l’impegno di quello stesso comune che li ha sgomberati, che aveva avviato un progetto  che aveva dato frutti ed è stato annullato quest’anno.

Viene da pensare che difendere i rom, anche i bambini rom sia una scelta politicamente infelice, che spendere una parola per loro possa costare tessere, sovvenzioni, favore popolare, e allora è meglio tacere e far parlare solo insegnanti e maestre che, tanto, non contano niente, non danno fastidio e possono tenersi insulti e sopportare l’ironia greve sui forum dei giornali o sui social network.

Viene da pensarlo ma io non lo penso: credo che quelle associazioni, la società civile, siano nobili e necessarie, ma, forse, un po’ distratte.

E comunque il Comune ha offerto ai rom sfrattati tre giorni in albergo per quelli senza figli e una settimana per quelle con i figli, cosa chiedere di più?

E poi? Poi la notizia si stempererà, poi di quelli non importerà più nulla a nessuno, poi sarà silenzio.

Complimenti anche i redattori del giornale cittadino, che casualmente, guarda tu le coincidenze, il giorno prima dello sgombero pubblicano una notizia sull’arresto di Sinti milionari. Senza spiegare alla gente che i Sinti non sono Rom, naturalmente, ma facendo in modo che lo sgombero venga applaudito.

I Rom rubano, certo, anzi, alcuni rom rubano, per essere onesti, io credo, ma non sono nessuno e non capisco niente, che se gli togliamo la scuola, l’educazione, se non li integriamo, i rom continueranno a rubare e continueremo a sgomberare campi con piccoli rom che non saranno scolarizzati e integrati, che ruberanno e allora sgombereremo altri campi con.,..

Prendo atto che i diritti sono sacri tranne che per i bambini rom, che la Costituzione è sacra tranne che per i bambini Rom, che possiamo sdegnarci per tutto, scandalizzarci di tutto, ma non per i bambini rom, prendo atto che la legge è uguale per tutti ma non per i bambini rom

Non ne prendono atto, per fortuna, i miei alunni, turbati e sdegnati dalla notizia.

“E adesso cosa ne sarà di loro?” Mi chiedono confusi. perché loro sono consapevoli che “loro” sono compagni, bambini come loro che con loro giocavano, ridevano, scherzavano, lavoravano in gruppo, etc.

Un compagno che va via è sempre un dolore per una classe, se poi al compagno hanno buttato giù il posto dove abita con una ruspa ed è stato portato via con un pulmino, per una destinazione sconosciuta, al dolore si accompagna anche un turbamento profondo, la sensazione di assistere a una incomprensibile ingiustizia.

Non avevo mai avuto un alunno andato via perché con una ruspa gli hanno buttato giù il luogo in cui abitava, oggi è successo.

Io lavoro per lo Stato, uno Stato che offre opportunità, che dà la possibilità di migliorarsi, di imparare a decodificare il mondo, di interagire e solidarizzare con chi ti sta vicino.

Non per uno Stato che, con un atto violento, toglie a dei bambini la possibilità di tornare, domattina, a ridere e scherzare con i loro compagni.

Ma, probabilmente,ha ragione la società civile, le persone nobili sempre in prima fila per difendere diritti, legalità, etc.

Una piccola storia ignobile come lo sgombero di un campo rom non merita considerazione, sono io che, non contando niente, non capisco niente.

Allego un piccolo filmato, l’ho fatto vedere ai miei alunni: loro hanno capito.

http://www.raiplay.it/video/2016/10/Aisa-e-Zamira—quotNoi-ragazzine-romquot-ff4118c8-4605-46c0-ae48-47353547f7a3.html

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail

Dacci oggi il nostro razzismo quotidiano

La notizia è di poche righe, lo sgombero di un campo rom illegale in un quartiere della periferia di Genova non merita prime pagine. Gli insegnanti dell’istituto comprensivo Cornigliano di Genova hanno scritto una lettera al sindaco e al prefetto per chiedere che ne sarà dei molti bambini che frequentano la scuola. Tutto qui, insegnanti che seguono dei bambini e vogliono essere informati sulla loro sorte, per inciso, chi scrive è uno di quegli insegnanti.

Non riporto i commenti dei lettori sul quotidiano cittadino perché non voglio fare pubblicità ai razzisti . Quando il pregiudizio e l’odio non trovano altra argomentazione che l’offesa triviale (se li portino a casa le maestre quei bambini), quando una semplice, legittima richiesta, suscita ironia, non ci sono molte parole da spendere e non intendo farlo.

Oggi ho assistito a un incontro con Yvan Sagnet, un ingegnere del Cameroun che ha guidato uno sciopero durato un mese contro il caporalato in Puglia e prosegue la sua battaglia per i diritti dei lavoratori e per creare un paradigma economico diverso, più etico e solidale, che contrasti la grande distribuzione.  Ne riparlerò in un altro post.

Tra le tante cose che questo ragazzo dal tono pacato, lo sguardo limpido di chi crede nelle proprie idee e l’eloquio elegante ha detto, una mi è rimasta impressa: ha chiesto perché noi italiani non lottiamo per i nostri diritti, perché non difendiamo la nostra dignità di lavoratori.

Mi sento di rispondergli, leggendo i commenti di cui sopra, che non si deve stupire se gente che non rispetta i bambini non ha rispetto nemmeno per sé stessa.

Chiudo pregando razzisti e affini di astenersi dal commentare: non mi interessano i vostri insulti, né le vostre argomentazioni, non mi fate neanche incazzare, l’unico sentimento che suscitate in me è un profondo schifo.

Allego un link, che ho visto per la prima volta al corso di formazione di Libera a Roma. Chi è interessato lo guardi fino alla fine, perché credo valga più di tante parole  Specie di certe parole.

http://www.raiplay.it/video/2016/10/Aisa-e-Zamira—quotNoi-ragazzine-romquot-ff4118c8-4605-46c0-ae48-47353547f7a3.html

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail