Archivia Febbraio 2017

Prove tecniche di speculare idiozia

Solo nel paese dei cachi può accadere che il partito al governo si scinda, non per visioni diverse di una parte rispetto all’altra ma per pura sete di vendetta.

Solo con questa categoria si può spiegare la mutazione bertinottiana di Bersani, D’Alema e compagni che, per altro, sono i primi responsabili dell’ascesa al potere di Renzi. Sono state infatti le loro politiche devastanti l’humus da cui è nato il renzismo.

Non vedo, nelle polemiche di questi giorni, visioni alternative, proposte operative e realistiche di un cambiamento di rotta, posizioni politiche contrastanti ma solo un tedioso rinfacciarsi a vicenda la responsabilità di una crisi del partito che è responsabilità di tutti, nessuno escluso. Di chi ha gestito il potere nel peggior modo possibile e di chi, quando avrebbe dovuto serrare le fila, ha chinato la testa.

Se lo scopo è quello di sembrare dilettanteschi, incapaci e ottusi come i cinque stelle, così da conquistare una parte del loro elettorato, è stato pienamente raggiunto.

Nel frattempo, pongo una timida domanda: dov’è la sinistra? Dov’è il partito che fu il punto di riferimento delle classi sociali disagiate, che pagò un prezzo altissimo in vite umane nella fase inziale del contrasto alle mafie, quando ancora per lo Stato non esistevano, dove sono il senso dello Stato e la preveggenza di Berlinguer, il rigore di Pertini ?

Cosa è rimasto di chi ha sperato di trasformare questo paese in una democrazia compiuta?

Non ho sentito da nessuna delle parti in causa alcun accenno alla soluzione dei problemi reali del paese: l’assenza di prospettive per i giovani, la modernizzazione della scuola con la risoluzione definitiva delle disuguaglianze strutturali interne ad essa, il divario tra nord e sud, la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione, una gestione umana e sensata dell’immigrazione, che non dia spazio a derive razziste e populiste, la necessità di premiare gli imprenditori che sanno guardare al futuro, lo0 sviluppo delle energie alternative, la messa in sicurezza del territorio, ecc..

Non ho sentito da nessuna delle parti in causa parlare di politica, nel senso proprio del termine che significa interessa per la polis, per la città, per i cittadini. Solo una vuota retorica del fare, una esaltazione futurista del movimento che resta autoreferenziale e priva di applicazioni pratiche. L’eterno amore dei governanti italiani per le operazioni di facciata.

Da uomo di sinistra, vedo fatti a pezzi da questa gente quei valori che facevano parte della mia generazione: cooperazione, solidarietà, uguaglianza, giustizia. Da uomo di sinistra, mi sento umiliato e offeso.

Possibile che non si riesca a trovare un compromesso, una mediazione, tra il narcisismo patologico di Renzi e  l’arroganza da nobile decaduto di D’Alema? Dividersi dunque, e poi? Consegnare il paese a una destra sempre più fascista o a un partito azienda che ha già manifestato in tutti i modi possibili la propria incapacità a governare, governato da un comico umorale e fascistoide e ossessionato da un’idea assai elastica della legalità, forse nel nome della resilienza? Che fine ha fatto il senso di responsabilità?

Non è più tempo di bandiere rosse, d’accordo, solo chi ama illudersi può credere che quella sinistra tornerà: è stata sconfitta dalla Storia, è passato. Ma, accidenti!, l’alternativa deve essere un berlusconismo all’acqua di rose, un partito neoliberista, anti sindacale e autoritario? E’ davvero questo l’unica strada percorribile? Un giovinastro che cerca il materiale per una prolusione su Wikipedia è quanto di meglio questo partito può produrre?

Io non credo, voglio pensare che ci sia di più e di meglio, ma lo sputtanamento quotidiano di questi giorni è uno spettacolo indecoroso, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro, un valzer di idioti che si sputano addosso e non si rendono conto di farlo alla propria immagine riflessa nello specchio.

L’unico lampo di genio è avere inventato la Raggi, finchè dura…

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Io sto con quella madre

Ancora una volta mi tocca dissentire con la maggior parte delle opinioni, alcune autorevoli, espresse a mezzo stampa e sui social riguardo la tragedia di Lavagna.

Le critiche, questa volta sono piovute sulla madre, oggetto di battute più o meno ciniche, più o meno giustificate, tutte impietose.

Non so se quelle stesse persone, di fronte al viso disfatto dal dolore di quella madre, che si porterà dentro un carico di rimorso difficile da gestire, avrebbero fatto le stesse battute o se le avrebbero fatte ascoltando con attenzione le sue ragioni.

Vedi tuo figlio cambiare, giorno dopo giorno, diventare letteralmente una persona diversa. Dapprima lo attribuisci all’adolescenza, siamo stati tutti ragazzi,cerchi di essere condiscendente, di andargli incontro, poi, progressivamente, tutto comincia a trasformarsi. Non riesci più a trovare un dialogo, diventa irritabile, tutto sembra dargli fastidio.

I voti, fino a ieri brillanti, si abbassano, il ragazzo fatica ad alzarsi al mattino, arriva tardi la sera, non parla, a volte scatta stizzosamente, frequenta amici che non conosci e che, quando li conosci, non ti piacciono. E’ l’anticamera di un piccolo inferno quotidiano, una strada penitenziale che non augureresti al tuo peggior nemico.

Nessuno ti aiuta, gli amici e i conoscenti minimizzano, hanno in testa la loro giovinezza,non capiscono il potere che ha la droga, oggi, di riempire il mondo  vuoto di valori dei ragazzi, il loro bisogno di passare il limite, la loro rivolta silenziosa, non capiscono che non è più lo spinello che hanno fumato loro in compagnia, ma qualcosa che dà dipendenza quasi immediata e ti rende apatico, indifferente a tutto, o violento, quando cessa l’effetto. Non si può passare ogni limite, ha detto la madre al funerale del figlio, è vero: ma la pubblicità, la televisione, la politica, la cultura in cui siamo immersi insegna il contrario.

Sbaglia chi afferma che una canna non ha mai ucciso nessuno: le scuole sono svuotate da ragazzi che hanno ucciso il proprio futuro. Molti ne escono, dopo, ma quante porte si sono chiuse di fronte a loro, quanta fatica hanno davanti? Quante potenzialità, intelligenze, possibilità sono bruciate dentro quelle canne? Insieme al senso di responsabilità, naturalmente.

Nessuno ti aiuta, gli psicologi blaterano, ma spesso non capiscono, a meno che non ne trovi uno bravo, che ti dice che non puoi fare niente, che la molla deve partire dal ragazzo/a, non c’è altro rimedio.  Ma come fa a partire quella molla?

Sbaglia che pensa che quella madre abbia esagerato, che la sua reazione sia stata spropositata: non è fumarsi una canna il problema, è quello che c’è prima, dopo, e nel tempo infinito che passa tra una e l’altra. E’ nell’aspettarlo la sera e poi andarlo a cercare in piena notte, nel cercare un segno, un segnale che qualcosa è cambiato, vederlo assente, trasandato, gli occhi persi che ti ricordano altri occhi persi che hai visto da giovane. E’ nei silenzi e nelle parole strascicate.

Nessuno ti aiuta, la scuola non dà risposte, a volte ti consiglia sottovoce che forse, insomma, quella non è la scuola adatta. Comunque il problema non è loro. I servizi sociali allargano le braccia: troppo lavoro, troppi casi, troppi ragazzi come tuo figlio, la maggior parte si risolve da sola. Già, la maggior parte. Ne ho conosciute troppe di madri così, qualcuna ha chiesto aiuto anche a me e ho elargito consigli e allargato le braccia. Qualche volta ho allungato un fazzoletto per asciugare le lacrime.

Allora chiedi aiuto allo Stato, l’ultima risorsa: meglio un piccolo guaio penale, una scossa, una lezione che serva a lui/lei e agli altri, che continuare a vederlo rovinarsi la vita, che continuare questo piccolo inferno quotidiano. Qualcosa va storto, e quella che doveva essere una lezione diventa una tragedia. Non ci sono colpevoli in questa storia, solo sconfitti. Non ci sono colpe, solo incomprensioni, silenzi e una giovane vita bruciata come il fumo di una canna.

Scusatemi, ma io sto con quella madre. 

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Non si può morire a sedici anni per un po’ di fumo.

Un ragazzo di sedici anni  si getta dalla finestra perché la finanza perquisisce casa sua dopo avergli trovato addosso un po’ di fumo: una notizia talmente assurda, una tragedia talmente grande che sarebbe stato opportuno tacere per qualche giorno prima di lanciare i soliti appelli per la liberalizzazione, cercando di conoscere meglio la dinamica dei fatti, nell’inutile tentativo di trovare un senso.

Al contrario di tanti amici e persone che stimo, sono proibizionista, credo che la liberalizzazione avesse un senso venti, trent’anni fa, ma che oggi non solo abbia perso quel senso, ma risulterebbe devastante. Sono convinto che chi, in buona fede, porta avanti la battaglia per la droga libera, abbia in mente quel mondo, perché in quel mondo è stato immerso, e non si renda conto che le coordinate sono cambiare, che la geografia mentale è un’altra.

I ragazzi di trent’anni fa avevano un sistema di valori simbolici, politici, culturali che poteva rappresentare un’ancora a cui aggrapparsi, una dimensione culturale definita, leggevano, ascoltavano poeti, sapevano discernere il bene dal male eppure l’eroina se n’è portati via a migliaia, spesso i più sensibili, spesso quelli che, forse, avevano visto lontano. La loro era una protesta razionale, una forma di opposizione al perbenismo e al gretto moralismo borghese.

A salvarne tanti sono stati quegli eroi contemporanei che lavorano nei centri di recupero, veri santi laici destinati a una vita dura e frustrante, in cui si mette in gioco sé stessi e spesso si perde la partita.  Loro, gli eroi, sono quasi tutti per la liberalizzazione: li comprendo, continuo ad ammirarli incondizionatamente ma dissento.

I ragazzi di oggi, al confronto di quelli di ieri, sono profughi dell’anima, naufraghi in un mare di incertezze e tentazioni, senza punti fissi, senza orizzonti di senso, senza valori condivisi.

Quando un ragazzino di dodici anni, commentando il fatto, mi dice che la droga è inutile perché non risolve i problemi, perché dopo mezz’ora sono di nuovo lì, non provo nessun autocompiacimento, non mi sento meglio perché ho fatto un buon lavoro ma penso che:

a) Quel ragazzino di undici anni sa cos’è la droga e conosce i suoi effetti, la sua promessa vana di evasione.

b) Quel ragazzino di undici anni probabilmente ( me lo confermerà) conosce qualcuno che si droga e che gli parla di quello che prova.

Per questo sono proibizionista. I ragazzi entrano in contatto con la droga troppo presto, senza filtri, senza barriere di protezione. Non è raro, in certi quartieri, incontrare ragazzi che fumano erba a dodici, tredici anni. Il principio attivo delle così dette droghe leggere oggi è molto più potente di quello dei miei tempi, gli spacciatori molto più abili e la dipendenza molto più precoce. Li vedi cambiare, diventare apatici, svogliati, dormire in classe o essere gratuitamente aggressivi, li vedi fare cose stupide in preda all’impulso del momento: gli parli, ti ascoltano, forse in quel momento ti sono anche grati, poi tornano ad essere apatici, aggressivi, diversi. E tu ti senti inutile. 

Liberalizzare le droghe non permetterebbe a questi ragazzi di continuare la scuola, né li tirerebbe fuori dal pozzo in cui si sono calati o li hanno spinti. Il vuoto di valori che li circonda, l’assenza o l’impreparazione delle famiglie, l’inadeguatezza del sistema scolastico a far fronte a questi problemi, i servizi sociali ridotti all’osso, finirebbe per aumentare la loro marginalizzazione, finirebbe per lasciarli ancora più soli col placet dello Stato. Come se non fossero già abbastanza soli, abbastanza incazzati col mondo da volerci uscire, dal mondo.

Vorrei un psicologo in ogni scuola e corsi di formazione che insegnino alle persone a non voltarsi dall’altra parte di fronte al problema. Perché a volte, la parola giusta al momento giusto, prima non dopo la caduta nel pozzo, può cambiare le cose, può fare la differenza. Quasi sempre, no.

Vorrei uno Stato che offrisse ai ragazzi un futuro, che non gli desse motivo di cercare facili vie di fuga, vorrei quartieri vivibili e aiuti alle famiglie, non la droga in farmacia. Lavoro e spazi ricreativi e culturali, non chiacchiere e retorica da quattro soldi. La droga si combatte con le stesse armi con cui si combatte questo terrorismo di ragazzini perché la dinamica è la stessa.

Io appartengo a una generazione di reduci: abbiamo avuto tutti un compagno di scuola o un amico falciato dall’eroina, abbiamo visto  le siringhe sporche di sangue nei parchi e gli occhi vuoti di chi si era appena fatto la sua dose. Percepisco nell’aria brutte vibrazioni e le notizie che arrivano su canali non ufficiali, ovviamente, lì impera la retorica dell’Italia paese meraviglioso con gente meravigliosa, parlano di un ritorno dell’eroina a basso prezzo, dei pastrocchi chimici acquistati su internet, dell’abbassamento dell’età dei consumatori.

Preferirei non assistere a un’altra ecatombe di ragazzi, non leggere sui titoli dei giornali il nome di qualcuno che mi è passato davanti sui banchi di scuola.

Per questo sono favorevole alla depenalizzazione dell’uso di droghe ma non alla liberalizzazione. Perché non si può morire a sedici anni per un po’ di fumo.

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Lavorare insieme per una scuola diversa

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Ritrovarsi ogni anno a Roma per partecipare ad Abitare i margini, il corso di formazione per docenti organizzato da Libera, è sempre piacevole, specie per chi ai margini ci lavora, come chi scrive, e trova conforto nel confronto con voci diverse.

Durante i tre giorni di lavoro, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi rapporti, ci si confronta, si producono insieme nuove idee. Quest’anno però, è arrivato un sentimento assente nelle passate edizioni: la rabbia.

Si percepiva, almeno in una parte degli insegnanti presenti, una insoddisfazione forte e frustrante per quello che sta diventando la scuola, la consapevolezza che la direzione in cui la politica ha portato la scuola negli ultimi vent’anni sia in direzione ostinata e contraria al comune sentire di chi spende, ad esempio, tre giorni della propria vita per trovare nuovi stimoli e nuove strade che gli permettano di entrare in relazione con chi ha di fronte ogni giorno, a chi vive questo mestiere non come un semplice lavoro né come una missione ma come un servizio alla collettività.

Personalmente, sono diventato insofferente alla retorica della contaminazione dal basso, l’idea che dare il buon esempio, sperimentare, produca un contagio positivo negli ambienti di lavoro. Nella scuola non funziona, non più, anzi, chi prova il nuovo, specie se non è in linea con i nuovi indirizzi ministeriali, viene, nel migliore dei casi, più o meno indirettamente, boicottato. La scuola di oggi vede accentramenti di potere e cerchi magici, servi e padroni, chierici obbedienti e apocalittici autoreferenziali.

Non accetto quindi il discorso, ma rispetto chi lo fa, che il cambiamento debba partire dal singolo insegnante. Rispetto chi lo fa perché un lavoro sociale deve comunque cominciare dall’assunzione di responsabilità del singolo, dall’obbligo etico di dare di più, di non potersi limitare al dovuto. Ma un conto è la scelta personale, un conto è l’illusione che questa venga condivisa per empatia da chi ti lavora vicino e ha una concezione spesso opposta del mestiere.

La scuola è l’attività più politica che esista in un paese, politica nel senso letterale di attività che va a vantaggio della polis, della città e dei cittadini, la scuola ha nelle mani le chiavi del futuro del paese ed è giusto che chi governa si assuma la responsabilità di indirizzarla verso la strada prevista dalla carta costituzionale, non può passare da un pugno di insegnanti di buona volontà.

La scuola della meritocrazia, della selezione, della valorizzazione delle eccellenze non fa l’interesse della collettività ma del singolo, crea marginalità e sceglie, discrimina e non funziona da ascensore sociale ma da trampolino di lancio per pochi. Qualcuno può anche trovarla auspicabile, ma la Costituzione non dice questo.

La buona scuola di oggi non risponde alle nuove sfide che i ragazzi ci pongono: non dà risposte all’inquietudine sociale, offre tecnicismo invece di una nuova comprensione del reale, non apre la porta al lavoro ma allo sfruttamento e, soprattutto, è una scuola che non guarda agli ultimi, che non mette in cantiere come priorità quello di risolvere le gigantesche disuguaglianze di risorse tra singoli istituti che nel nostro paese si riscontrano nella stessa città, in quartieri vicini e tra regioni e regioni, non attua serie politiche di condivisione di percorsi comuni con chi arriva da lontano, non è progettata sulla visione di un paese migliore ma sulla visione di una èlite migliore, una classe dirigente che, come ai tempi che furono, possa gestire la cultura e quindi il potere. La scuola di oggi è divisiva, selettiva, priva di etica.

A me e, credo, a buona parte dei colleghi presenti a Roma, questa scuola fa schifo.

La rabbia di alcuni docenti nasce dalla normalizzazione ormai in atto : la maggior parte dei docenti ha accettato e continua ad accettare passivamente questo stato di cose, questo nuovo indirizzo, cercando di ricavarsi spazi di quieto vivere, i sindacati restano inascoltati e da tempo hanno perso il contatto con la base, le famiglie sono diventate controparte. Gli insegnanti che remano contro sono sempre meno, sempre più soli e sempre più marginali.

Personalmente, alla scuola dei corsi di eccellenza preferisco quella dei corsi di lingua due per gli alunni stranieri e alla filosofia del merito preferisco quella di assicurare a tutti le stesse possibilità di partire per la corsa della vita più o meno dallo stesso punto senza trucchi, alla scuola dei migliori preferisco una scuola solidale e cooperativa, la scuola di tutti. Io sogno una scuola che torni ad essere punto di riferimento del quartiere, che tolga lavoro alle forze dell’ordine nei quartieri più disagiati,  che funzioni da ascensore sociale ed etico e possa portare a quel nuovo umanesimo di cui, in quest’era di piccoli orrori, abbiamo bisogno.

Sono anche fermamente convinto che la società civile non possa cambiare nulla: non sarà la società civile a sconfiggere la mafia e non saranno i docenti a cambiare la scuola.

Ma un compito importante la società civile lo ha: quello di rompere le palle al potere, di chiedere con forza un cambio di direzione, di proporre nuove strade e chiedere pil motivo per cui non vengono intraprese.

I cambiamenti, quelli veri, vanno chiesti alla politica, l’unica che possiede gli strumenti e la forza per avviarli.

Stamattina sono tornato in classe carico, come sempre quando torno da Roma, animato dalla voglia di ricominciare a lavorare in un certo modo, di tornare a fare la differenza, ma questo non cambia né l’enorme incazzatura che mi porto dentro per quello che vedo accadere ogni giorno, né lo stato delle cose. 

Mi porterò dentro di questa edizione di Abitare i margini il ricordo di un magnifico brainstorming con i colleghi per costruire un percorso didattico che valga trasversalmente, dal sud al nord, per parlare di mafie in modo condiviso, al di là delle specificità dei territori in cui si opera, terrò a mente i nuovi spunti che sono venuti dagli interventi di altissimo livello dei relatori, soprattutto quelli che mi hanno visto in disaccordo, perché è dal confronto e solo dal confronto con chi la pensa diversamente, che nasce il cambiamento.

Un grazie enorme allo staff della formazione di Libera, persone preziose che con ostinata testardaggine continuano ad andare controcorrente, persone rare, come i colleghi che hanno condiviso questa tre giorni.

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Un osceno spettacolo

Se si potesse disinstallare una parte del mondo, personaggi, fatti cose, come si fa con qualunque software, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta: resettiamo il dramma siriano o i minori che arrivano nel nostro paese e spariscono con i barconi, Donald Trump degno figlio di suo padre o Renzi e il suo delirio di onnipotenza, la disuguaglianza o la quotidiana ingiustizia, l’ignoranza o i suoi figli (razzismo, intolleranza, nazionalismo, ecc.) ?

Il mondo offre un osceno spettacolo in questi giorni, spettacolo di cui Donald Trump non è il mattatore ma solo un comprimario momentaneamente sotto le luci della ribalta.

So che molti la pensano diversamente e spero di sbagliarmi ma io credo che Trump interpreti alla perfezione quello che sono gli Stati Uniti d’America: un paese ossessionato dal potere, dove il valore di un uomo è dato dal reddito annuo, dove il razzismo non è mai scomparso e l’accoglienza è stata sempre dettata dall’utilitarismo, un paese dove la democrazia è privilegio per pochi come la giustizia. un paese arrogante che deve cercare continuamente pretesti per nuovi conflitti in modo da soddisfare la sete delle sue fabbriche di armi. Io credo che l’americano medio somigli più a Trump che a Springsteen o a Sanders, e che la libertà americana sia tale per i wasp, con un buon reddito annuo e un lavoro solido. Per la working class, per gli immigrati, resta il sogno americano, un mito che già Steinbeck e Dos Passos avevano fatto a pezzi, su cui De Lillo ha gettato una luce sinistra e oscura.

Gli Stati Uniti sono quelli del napalm in Vietnam, del golpe in Cile, degli aiuti a Suharto per sterminare i comunisti in Indonesia, dei generali argentini, della United Fruit, sono quelli che hanno fatto diventare Zarkawi, fino ad allora un estremista emarginato anche da Al Quaeda, un mito, fornendogli indirettamente il seguito necessario a fondare l’Isis, sono quelli che hanno inventato le armi di distruzione di massa e devastato un paese per poi andarsene con la coda tra le gambe. Sono quelli del Ku Klux Klan e dei neri uccisi come mosche o inprigionati in attesa di essere “giustiziati”, gli stessi che hanno assassinato i due Kennedy, quelli di Guantanamo e della Cia.  Trump è l’erede di questa America che è, per quanto possa far ribrezzo, maggioritaria.

L’Europa, a questo punto, è a un bivio, si trova di fronte a una scelta identitaria: è l’Europa globalizzata della finanza o quella populista della Le Pen, entrambe calamitose per le classi meno abbienti? E’ l’Europa del deficit controllato o quella del welfare? Quella dei muri o quella dell’integrazione? Sono domande pesanti, gravide di conseguenze, a cui, al momento, non si può dare risposta.

La piccola, miserevole Italia degli ultimi anni, quella corrotta e gaudente di Berlusconi e quella finta e immaginaria di Renzi, poco conta e poco conterà se continuerà a girare in tondo in un loop autoreferenziale ed auto distruttivo, passando da una guida mediocre all’altra, seguendo un populismo vuoto e privo di contenuti, una sinistra che ha fatto scempio della sua storia o una destra che non può più depredare nulla perché ha lasciato dietro di sé terra bruciata. E’ necessaria una nuova strada, una nuova visione, una nuova prospettiva che al momento, nessuno sembra in grado di offrire al paese.

Lasciando perdere la dissoluzione del capitalismo, vagheggiata da chi non ha capito che la storia fa vinti e vincitori e non ha pietà per i primi, si giocherà nei prossimi anni una partita importante per le sorti del mondo: o la democrazia dimostrerà di avere anticorpi sani e rovescerà le tentazioni autoritarie che, se Trump dovesse consolidare il proprio consenso, cresceranno esponenzialmente, o ci ritroveremo  a considerare Orwell un profeta. Al momento la partita è aperta e non è così scontato che i buoni, ammesso che ci siano, stiano vincendo,.

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Dove eravate, signori dotti e sapienti?

Non sono solo le capacità di lettura e scrittura ad essere deficitarie negli studenti universitari italiani, come risulta dall’appello (mal scritto) dei docenti universitari, ma la cultura tout court. 

MI chiedo solo perché un tale, accorato appello non sia arrivato durante il ventennio berlusconiano, quando tutto ciò che apparteneva alla sfera culturale veniva beffeggiato, dileggiato, svalutato, delegittimato, oppure quando Renzi assestava gli ultimi colpi a una scuola pubblica trasformata, negli anni, in una sorta di agenzia di baby sitter, dove fare scuola è opzionale.

O ancora, perché non hanno lanciato accorati appelli contro quei giudici che vanificavano le legittime decisioni di un consiglio di classe annullando sacrosante bocciature e spingendo i docenti a bocciare sempre meno, per timore di ripercussioni legali?

Dov’erano i professori quando le statistiche europee indicavano l’Italia come il paese dove si legge di meno e dove le percentuali dell’analfabetismo di ritorno sono spaventose?

Peccato gli sia sfuggita la retorica i sulla scuola delle tre I e quella sul valore delle materie scientifiche. “Con la cultura non si mangia”, ha detto un ministro senza suscitare cori sdegnati.

Peccato non abbiano colto il tentativo di trasformare la scuola in un supermarket e un centro ricreativo, dove ognuno può scegliere a piacere cosa fare o non fare e dove a comandare sono i genitori.

Peccato non siano insorti contro la delegittimazione quotidiana della figura dell’insegnante, considerato, a seconda dei periodi e dei governi, un nullafacente, un corporativista, un fascista, un lettore di giornali in classe a sbafo, un mantenuto, ecc.

Mi viene un sospetto: non è che per tutelare le vostre poltrone ed evitare che il governo metta mano anche a quella fiera del clientelismo che è l’università italiana, state dando modo al governo di lanciare l’ultimo assalto contro la scuola pubblica, accusando, indirettamente, gli insegnanti di manifesta incapacità?

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