Archivia Gennaio 2017

Pensiero liquido o liquefatto?

 

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A vedere i primi passi di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, viene da chiedersi cosa avevano in mente i milioni di americani che l’hanno votato. Si parva licet ecc, sono d’accordo con l’opinione di Philip Roth che ha definito  Trump un truffatore volgare e ignorante, sarò considerato da Michele Serra un radical chic, a leggere la sua ultima amaca, ma me ne faccio una ragione.

D’altronde, lo stesso Serra ha tessuto negli ultimi tempi le lodi di uno che, quanto a ignoranza, non è secondo a nessuno.

Torniamo a Trump, parliamo del muro alla frontiera messicana. Ma davvero gli americani pensano che si tirerà su un muro lungo tremila chilometri, una specie di mostruosa parodia della grande muraglia in versione stars and stripes? E non hanno pensato a cosa sarebbero gli Stati Uniti senza gli immigrati, anche quelli messicani, che forniscono manodopera a basso costo? Nulla, non sarebbero nulla e nulla torneranno a essere nella fantascientifica ipotesi che le multinazionali permettessero a Trump di portare avanti i suoi deliri protezionisti.

Quale meccanismo spinge la gente a votare un palese bugiardo, a delegare il destino del proprio futuro nelle mani di un imbonitore, non importa si chiami Trump, Berlusconi, Renzi o Grillo? Possibile che il cervello degli elettori si sia liquefatto a questo punto, che si sia passati dalla resilienza alla demenza?

Perché della gente di buon senso deve ritenere che i problemi siano sempre colpa di altri, dei messicani, dei migranti di Lampedusa, dell’Europa. perché non fermarsi un attimo a riflettere che se in Italia l’unica impresa in attivo è la mafia, forse abbiamo imprenditori incapaci e disonesti, se c’è un’evasione fiscale alle stelle forse il problema non sono i migranti che rubano il lavoro ma i disonesti che ci derubano di risorse che ci spettano? Perché gli americani non riflettono sul fatto che, oltre che a mandare a morire i loro ragazzi in mezzo mondo, le operazioni militari costano milioni di dollari che vanno a incidere, inevitabilmente sull’economia, specie se si esternalizzano servizi che fino a ieri erano gestiti dall’esercito? Perché gli inglesi si sono lasciati abbindolare da un pifferaio che aveva poco di magico, senza capire che fuori dall’Europa la perfida Albione conterà poco meno di zero?

Io credo che la risposta stia nell’insostenibile leggerezza della democrazia odierna, nell’assenza di memoria storica, nella riduzione della cultura a reminiscenza fugace, buona per partecipare a un quiz televisivo, nel totale disinteresse per parole ormai desuete che andrebbero messe fuori dai vocabolari: impegno, sacrificio, responsabilità.

Non servono analisi sociologiche per capire perché i nuovi leader sembrano fatti con lo stampino: privi di retroterra ideologico, arroganti, bugiardi, narcisisti patologici interessati solo al potere. Sono i prodotti della società in cui viviamo, del decadimento del sistema capitalista che, partendo dal valore della ricchezza come strumento per assicurare il benessere a tutti, questa era la tesi del capitalismo classico, è arrivato a trasformare il denaro in valore e la corsa per accaparrarselo in una gara ad ostacoli che non fa prigionieri. Distruggendo ogni altro valore, reificando anche gli esseri umani, cancellando il concetto stesso di etica.

La politica è diventata una metafora della società dei consumi, che ci propone oggetti inutili da consumare e sostituire compulsivamente, così salgono sulla scena leaders inutili, che non hanno nulla da dire, comici da avanspettacolo che salgono sul palco per vivere il loro momento di gloria e poi scompaiono, una volta compreso che il potere non è nelle loro mani, il potere è invisibile, virtuale, come il denaro delle grandi transazioni, che non si vede, non si sente, non odora. ma, spesso, uccide

Trump è solo un altro burattino che verrà messo da parte una volta che avrà assolto il proprio compito, puoi cambiarlo col viso sorridente di Clinton o con la maschera di Reagan, il risultato è sempre lo stesso: il nulla.

L’era della politica, dei grandi statisti, della lotta per la democrazia e i diritti civili è finita, democrazia e politica hanno perso, ha vinto la grande finanza, che non è il capitalismo, perché il capitalismo nasce come dottrina sociale, è la degenerazione del capitalismo, esattamente come il comunismo russo e quello cinese sono stati la degenerazione del comunismo.

E’ dunque inutile dividersi in fazioni: renziani e anti renziani, grillini e anti grillini, con Trump o contro Trump: cambiato l’ordine dei fattori il risultato è sempre lo stesso, La Clinton era solo più presentabile del suo avversario ma i contenuti del suo discorso, non differivano poi molto. Quanto al muro, basta guardare la miserevole condizione in cui gli Stati Uniti hanno ridotto il Messico, un paese dove a governare realmente sono i narcotrafficanti e al cui confronto la corruzione italiana fa ridere, per comprendere che non c’è bisogno di alzare muri,  basta vedere come i poliziotti americani trattano i neri per comprendere  che il muro esiste da decenni.

Non c’è dunque soluzione, dobbiamo rassegnarci a questo mondo di pupazzi?

Chiudo citando un premio Nobel: the answer my friend, is blowing’ in the wind…

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Elogio della caffettiera napoletana o del valore del tempo

 

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Acquistare una caffettiera napoletana è impresa improba. La si può trovare in qualche negozio cinese ma d’alluminio e di pessima fattura. Io la desideravo  d’acciaio e non c’è stato altro modo per procurarsela che Amazon.

L’ho acquistata dopo ripetute rimostranze da parte di mia moglie che ha un rapporto di amore e odio per la mia passione per la cucina e diffida delle mie illuminazioni. L’uso della napoletana implica, per essere realmente adeguato, la macinazione del caffè con uno strumento che non sia a lame ma a mole. Se andate in  qualsiasi negozio di casalinghi vi renderete conto di come anche il macinacaffè sia uno strumento piuttosto raro. Confermo per esperienza che la stessa, nota marca di caffè, usata già macinata o macinata sul momento, dà risultati finali diametralmente opposti in termini organolettici.

Dopo i primi tentativi con la napoletana, anche mia moglie ha dovuto arrendersi ed ammettere che il caffè preparato in quella foggia ormai desueta, è altra cosa, sia da quello preparato nella comune moka, sia da quello delle macchinette espresso.

La preparazione non è in realtà molto più lunga né più laboriosa, necessita di un po’ di attenzione e di qualche tentativo prima di trovare il giusto grado di macinatura. Il sapore e l’aroma del caffè sono straordinari.

Riflettendo con mia moglie, ci siamo chiesti perché uno strumento semplice che dà risultati eccellenti non venga né pubblicizzato, né utilizzato da tutti. Bere il caffè è abitudine quotidiana di quasi tutti noi, bere un buon caffè è abbastanza raro, bere un caffè eccellente è cosa difficilissima: alzi la mano chi può citare i nomi di più di due bar in una grande città del nord in cui si può bere un caffè eccellente.

Ma, soprattutto, il caffè viene preso in fretta, tra una corsa e l’altra, una pausa apparente nella frenesia del vivere quotidiano.

La moka e soprattutto le macchinette del caffè espresso, sono strumenti creati per velocizzare quello che non dovrebbe essere velocizzato. Il primo caffè del mattino dovrebbe essere un rito, la bevanda del risveglio che dà la giusta carica per affrontare una nuova giornata.di lavoro, una piccola festa quotidiana.

Ogni rito vuole il suo tempo. Io che sono un discreto intenditore di the, aborro il the in bustina, primo, perché per chi è abituato a berlo in infuso, sa inevitabilmente di carta, secondo, perché il the nasce in oriente, dove il valore del tempo è diverso dal nostro e anche il the diventa un rito, un omaggio alla natura da officiare con devozione. Pensate al rito del the giapponese, popolo folle e frenetico che però, all’interno delle mura domestiche, non rinuncia a un rituale ormai millenario.

La tecnologia, dalle macchinette del caffè agli smartphones, è finalizzata a farci risparmiare tempo non per dedicarlo a noi stessi, ma per renderlo più produttivo, per dedicarlo ad altri. Nella nostra società fermarsi a riflettere è considerato un atto di inqualificabile nequizia ed è per questo che la figura dell’intellettuale viene sempre più svalutata e beffeggiata ( va detto che alcuni pseudo intellettuali meritano sia l’una che l’altra cosa). L’intellettuale non produce, o meglio, produce pensieri, magari alti, magari profondi, ma con la cultura non si mangia, disse qualche tempo fa un nostro rinomato ministro. E non parliamo dell’oblio a cui sono condannati i poeti e la poesia.

Il successo che riscuote la meditazione di consapevolezza, non solo negli ambienti new age ma sempre più anche in cerchie sociali insospettabili, il suo uso terapeutico nella cura della depressione e delle dipendenze, è dovuto al fatto che questa tecnica semplice e difficile a un tempo, permette di darsi tempo, di fermarsi, di entrare in contatto col nostro sé più profondo, di riscoprirci, Tecnica antichissima che nasce in oriente, dove il sole nasce e questo qualcosa deve pur significare.

Il giardinaggio, la cura dell’orto,  la cucina, il fai da tè, l’hobbystica in genere, considerate dei passa tempi, quasi dei trastulli infantili di adulti che hanno tempo da perdere, sono in realtà dei ritrova tempo, modi per riprenderci quello che la quotidianità ci ruba, per comprendere che il lavoro è qualcosa che svolgiamo per altri, magari nel modo più coscienzioso possibile, magari anche con passione, ma non è la nostra vita, è altro da noi. Curare un bonsai, necessita pazienza, attenzione, concentrazione e tempo come allestire un orto o costruire un modello di galeone, ma necessita soprattutto uno stacco netto con la realtà, una sospensione temporanea della corsa quotidiana a cui siamo costretti. Stacco con la realtà che è vitale, come immergersi di tanto in tanto nella natura, per ricordare che il mondo non è fatto di automobili e casermoni ma  è altro. Fermarsi, ritagliarsi uno spazio, significa ricordare a noi stessi che siamo altro.

Il nostro tempo è prezioso e tutto, dalla tecnologia all’esasperazione della produttività, dall’idea deleteria che bisogna per forza progredire in senso verticale, alla meritocrazia  che si trasforma in arrivismo sfrenato, tende a rubarcelo. Il sistema in cui viviamo aspira a ottimizzare il nostro tempo, a rendere produttivi (per altri) perfino i momenti di relax, quando guardiamo un film sulla pay tv o navighiamo in rete, ecc.ecc. E’ il Grande Fratello allo stato dell’arte, il Sistema è inclusivo, indiscreto, si insinua ovunque per rubarci il tempo e impedirci di riflettere. Il Sistema aborre la napoletana perché la napoletana è lentezza, attesa, pazienza, cura, qualità.

Forse il vero salto di qualità, la vera rivoluzione, può cominciare realizzando che il tempo non è denaro è vita,  Il tempo, perdonatemi la retorica, è amore per sé stessi e per gli altri, ritrovarsi e riconoscersi per come si è veramente.

Assaggiate un buon caffè fatto in una napoletana e ditemi se sbaglio.

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Di antimafia, Sciascia e altre cose senza importanza

 

Doverosa premessa: sono cresciuto sui libri di Leonardo Sciascia, romanzi e saggi e articoli, quindi questo non è un articolo obiettivo.

Seconda premessa: nutro stima incondizionata per il giudice Caselli e Nando Dalla Chiesa e il massimo rispetto per le loro storie personali, ho avuto modo di incontrare e ascoltare entrambi, ho letto e leggo i loro libri, le considero tra le poche persone senza ombre in un paese che nell’ombra vive, quindi questo articolo non è una critica alla loro persona ma l’espressione di una divergenza d’opinioni.

Sono passati trent’anni dall’articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”, titolo che, per altro, lo scrittore di Racalmuto non ha mai dato a quel pezzo. Quell’articolo è stato citato molte volte in questi trent’anni, spesso a sproposito, quasi sempre da persone che non l’avevano letto. Era una lunga e articolata disamina sulla mafia e l’antimafia e su come, spesso, l’antimafia, certa antimafia di facciata, avrebbe finito per aiutare la mafia.

Gli articoli di Caselli e Dalla Chiesa apparsi sul Fatto quotidiano hanno ribadito la tesi secondo cui Sciascia assestò un colpo mortale al pool antimafia attaccando la nomina di Borsellino, Dalla Chiesa precisa che, a suo parere, l’attacco a Borsellino da parte di Sciascia fu eterodiretto.

Mi permetto di dissentire. Quell’articolo è una lucidissima disamina di come gli interventi per combattere la mafia nel nostro paese, partendo dal prefetto Mori inviato in Sicilia a questo scopo da Mussolini e debitamente trasferito quando, dopo aver sgominato la piccola mafia banditesca, cominciò ad attaccare quello che si sarebbe chiamato il “terzo livello” nella persona dell’on. Coco, plenipotenziario del Duce in Sicilia, spesso si siano risolti a favore della mafia,.

L’articolo contiene un attacco questo sì feroce verso Leoluca Orlando, allora e oggi sindaco di Palermo, accusato di sbandierare la propria patente di anti mafioso e di amministrare male la città, personaggio su cui sopendo il giudizio a causa di una irriducibile e istintiva antipatia che lo condizionerebbe. L’articolo contiene anche il presunto attacco a Borsellino.

Conoscendo l’opera di Sciascia in profondità e avendo seguito il suo profilo pubblico, mi sento di affermare che se Sciascia avesse voluto attaccare Borsellino lo avrebbe fatto, senza timore e senza mascherarsi tra le righe.

In secondo luogo, e su questo le mie convinzioni sono più salde, la decisione di  smantellare il pool antimafia fu politica e non si è mai visto in Italia un intellettuale, per altro detestato a fasi alterne sia da destra e che da sinistra per la sua libertà di pensiero, che fosse in grado di assestare colpi decisivi ad alcunché. Sciascia fece politica dapprima come indipendente tra le fila del partito comunista e poi con i radicali, quindi sempre ribadendo la propria indipendenza di giudizio.

Dopo l’articolo in questione venne attaccato da tutti quelli che fino al giorno prima lo avevano elogiato per la sua lungimiranza e la sua capacità di analisi. La polemica contro Borsellino si spiega con la sua visione dello stato di diritto, che a suo parere non doveva essere violato, e l’applicazione, nel caso specifico, di un’eccezione a una norma di legge. C’era inoltre da tenere in considerazione la sua nota e feroce avversione al concetto stesso di legge speciale.

Oggi quell’articolo ha suscitato nuove polemiche, tirato fuori da chi attacca il fronte antimafia alla luce di recenti fatti assai sgradevoli, dai palesi casi di malfunzionamenti nella macchina di gestione dei beni confiscati, all’attacco a Libera da parte di Franco la Torre, ecc.

Negare che Sciascia abbia visto lontano, come fanno alcuni, tra cui Caselli, che parla di episodi marginali, significa non voler affrontare la realtà.

C’è un’antimafia che funziona, quella delle cooperative che lavorano in terra di mafia nonostante intimidazioni e attentati, quella dei presidi di Libera sui territori, quella delle tante associazioni che si impegnano ogni giorno incuranti dei rischi, anche quella di chi critica Libera continuando a informare e sensibilizzare l’opinione pubblica, e c’è un’antimafia che è ormai assurdo negare che non funzioni ed è quella che finisce più spesso sulle prime pagine dei giornali, specialmente negli ultimi tempi. Da insegnante, conosco bene la regola secondo la quale se fai bene il tuo lavoro nessuno ti dice grazie ma se commetti un errore finisci alla gogna sulla pubblica piazza, quindi di questo non c’è da stupirsi.

Io credo che il fronte antimafia abbia necessità di quella che un tempo si chiamava revisione critica e che tanto bene farebbe anche oggi a qualcuno in politica. Sono convinto che oggi più che mai la lotta alla mafia debba essere una priorità dello Stato e che le difese aprioristiche siano altrettanto sbagliate e controproducenti degli attacchi aprioristici. Si favorisce la mafia attaccando l’antimafia che funziona ma anche difendendo l’antimafia che non funziona.

Io credo che, purtroppo, come spesso gli è capitato, Sciascia avesse visto lontano e abbia forse peccato nell’attaccare Borsellino di una certa tendenza a èpater le bourgeois tipica degli intellettuali,  ma che il discorso di fondo che fa in quell’articolo sia assolutamente corretto ed attuale

. Vediamo ogni giorno quanto ci sia costato non difendere lo stato di diritto, che per Sciascia era una conditio sine qua non della democrazia e abbiamo toccato con mano, passata la stagione del terrorismo, l’ambiguità di un certo pentitismo di mafia, avversato con forza dallo scrittore siciliano.

Comprendo ma non condivido l’astio che ancora traspare dalle parole di Caselli e Dalla Chiesa, nutro il massimo rispetto per le loro vicende personali e per la coerenza che hanno sempre manifestato nei loro atti e nelle loro dichiarazioni,  credo che però stare dalla parte giusta, implichi anche accorgersi e parlare senza timore delle crepe e impegnarsi perché il muro si risaldi più forte di prima.

L’avanzata delle mafie al nord, lucidamente descritta nei recenti libri di Dalla Chiesa, una sorta di normalizzazione dell’informazione riguardo al fenomeno, la strage infinita della camorra che ormai passa sotto il silenzio dei media, sono segnali preoccupanti. E’ necessario informare, continuare senza tregua l’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica ma per fare questo, è necessario anche sgombrare il campo da dubbi, illazioni, sospetti e non fare finta che il problema non esista. Altrimenti la battaglia sarà già persa in partenza.

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