Archivia Novembre 2016

L’ultimo comandante

 

Fidel castro

La morte di Fidel Castro ha generato, come è naturale, moltissime reazioni sui media e sul web. Da infimo professore di scuola media, due cose mi urtano in modo particolare: l’approssimazione quando si parla di storia e un certo gusto a sentirsi fuori dal coro, senza avere però la voce per cantare, fuori dal coro.

Un esempio tipico di questo atteggiamento sono stati i due post di Roberto Saviano su facebook: il primo, un attacco frontale al leader maximo, definito dittatore crudele, persecutore di dissidenti e omosessuali, ecc. Il secondo, un post “riparatore”, che se possibile è peggiore del primo. Ecco, ritengo che chi posta su un social ed ha un profilo pubblico elevato, dovrebbe essere almeno consapevole di quello che dice, andarsi a rivedere L’Autobiografia a due voci di Fidel Castro e Ignacio Ramonet, leggersi la biografia di Castro di Paco Ignacio Taibo, qualche passo di Le vene aperte dell’America latina di Edoardo Galeano, ripassare la politica americana dagli anni sessanta a oggi, leggersi magari la Trilogia americana di james Ellroy, guardarsi i due film di Oliver Stone e magari l’eterno film sul Che e poi parlare. Tutto questo se non è riuscito ad andare a Cuba.

Cuba, per gli appartenenti alla sinistra della mia generazione, è stato il sogno, l’utopia che diventava realtà: un popolo unito nella sua resistenza contro l’impero americano, un pugno chiuso che dava speranza alle popolazioni oppresse dell’America latina e dell’Africa, guidato da un intellettuale vorace, lucidissimo, che sapeva vedere lontano e ha intuito, in anticipo su tutti, il declino degli Stati Uniti, la globalizzazione, le colpe del capitalismo radicale, ecc.

Castro è stato un dittatore? Senz’altro, ma non come quelli dell’America latina, pagati dai veri presidenti degli Stati Uniti perché permettessero lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dei loro paese da parte delle multinazionali in cambio del supporto militare per consumare massacri. Ecco, aggiungete  un qualsiasi testo di Noam Chomsky ed Edoardo Galeano e Sepulveda alla vostra bibliografia minima per parlare di Castro.

Perché c’è dittatore e dittatore: Stalin non era Hitler e Castro non è stato Pinochet. Ha perseguitato gli omosessuali? Sì, per cinque anni, negli anni settanta, nel quinquennio che la stessa Cuba ufficiale definisce “nero”. Ha firmato condanne a morte e perseguitato i dissidenti? Sì, ma al netto della propaganda occidentale, delle manifestazioni dei dissidenti pagati dalla Cia, dei terroristi finanziati sempre dalla Cia, il numero di condanne non giustifica il termine “persecuzione “ o “purga” per quanto, senza dubbio, vada annoverato nella casella delle colpe del regime e delle violazioni dei diritti umani. In ogni caso dal duemila non è stata più emanata nessuna sentenza contro dissidenti politici.

Castro è stato un rivoluzionario autentico e un liberatore? Senza dubbio. ha preso un popolo diviso e l’ha unito, ha dato ai cubano un’appartenenza e l’orgoglio di quell’appartenenza, ha avviato riforme sociali radicali, è stato l’unico capo di stato, nella storia moderna,ad attuare  una riforma agraria e dividere veramente le terre tra i contadini, ha resistito e fatto resistere il suo popolo a un embargo infame durato quasi cinquant’anni, ha scacciato dall’isola le compagnie petrolifere americane e la mafia: Cuba è l’unico paese del sud America dove non c’è narcotraffico. Ha trasformato il bordello e la casa da gioco degli U.S.A.,  in un paese indipendente e libero, orgoglioso e ammirato in tutta l’America latina e buona parte dell’Africa.

Tutto questo è storia documentata, fatti, non  chiacchiere. Tutto questo va contestualizzato nel periodo della guerra fredda quando in tutta l’Europa “libera” si approntavano strutture sul tipo di Gladio per impedire l’ascesa al potere delle sinistre, quando un presidente americano veniva assassinato e insieme  a suo fratello, futuro presidente, quando Luther King vedeva il suo sogno infrangersi nei proiettili che straziavano il suo corpo. Esistono necessità storiche che impongono scelte difficili e Castro non le ha mai rinnegate. Poteva fare meglio e di più? Certo, ma quello che ha fatto è stato enorme e resterà nella storia, al contrario di quello che ha fatto buona parte dei nove presidenti americani che gli sono sfilati davanti durante la sua lunga vita, avendo a disposizione ben altri mezzi.

E’ stata l’ultima voce a contestare il sistema capitalistico, insieme a tre papi ha messo in guardia il mondo contro il radicalismo capitalistico. Cuba poteva essere la terza via al socialismo, come il Cile, ma così non è stato perché la storia non lo ha permesso e i nemici erano troppo potenti. Il Cile è stato umiliato e offeso, ferito in modo indelebile dall’assalto degli scherani di Pinochet al suo presidente, Cuba ha tenuto la testa alta, indomita e bellissima, come un’idea.

“La storia mi assolverà”, disse Castro difendendosi in tribunale dopo l’assalto fallito alla caserma Moncada e dopo aver elencato accuratamente i crimini della giunta guidata dal pupazzo Batista ( quando si fa un citazione è sempre bene contestualizzarla, altrimenti si può far dire a chiunque qualunque cosa). Io credo che la storia lo abbia già assolto, che il peso delle sue colpe sia inferiore al peso di quanto di buono ha fatto. Il che non significa giustificare tutto, ovviamente, ma guardare con rispetto, senza infangarne gratuitamente la memoria, la figura di Fidel Ruiz Castro, rivoluzionario, costruttore di sogni, l’ultimo comandante.

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Italia, terra desolata.

Mentre con regolarità teutonica Novembre ci fornisce l’ennesima prova del dissesto idrogeologico del nostro paese,sui media infuria  la polemica sul referendum prossimo venturo.

A cosa sono servite settimane di dibattiti di infimo livello se non a distogliere l’attenzione della gente dai problemi veri del paese? Potremmo dire che non è più la religione ad essere oppio dei popoli ma il faccia a faccia, l’esternazione, la dichiarazione e tutte le tediose forme di elucubrazione sul nulla a cui siamo stati sottoposti in questi ultimi tempi.

Da una parte e dall’altra, argomentazioni risibili, cantonate grottesche, menzogne palesi, insulti da trivio,  annunci da dopo di me il diluvio, ecc.

Ieri, nell’indifferenza più totale, Matteo Renzi, presidente del consiglio di un governo non eletto, così facciamo contento chi afferma che da noi il presidente del consiglio non si elegge, ha gettato la maschera nell’indifferenza più totale.

Di fronte all’ennesima riforma mal scritta bocciata dalla corte costituzionale, ha affermato che questa è la prova che il paese è bloccato. Ergo, recita il sotto testo, votate sì, così potrò fregarmene della corte costituzionale e far passare quello che voglio. Uno splendido esempio del cambiamento che ha in mente.

Mi sembra quindi opportuno reiterare alcuni dei motivi per cui mi opporrò al referendum:

Io voterò no perché non credo che il problema di questo paese sia la Costituzione ma una classe politica inetta, ladra e prona al grande capitale e alla finanza.

Voterò no perché ogni giorno tocco con mano quello che questo governo ha fatto alla scuola pubblica, trasformandola nello specchio del paese, una terra desolata dove spadroneggiano servi e opportunisti, un’arena dove la guerra tra poveri impazza a scapito dei più deboli.

Voterò no perché dire che altrimenti non cambia niente è un’assurdità: l’eventuale sconfitta del referendum non pregiudica la possibilità di scrivere una riforma elettorale decente, un riforma istituzionale migliore e condivisa, ecc, Casomai, lo pregiudica l’inettitudine di una classe dirigente da operetta, troppo piena di figli di, e di inutili servi muti.

Voterò no perché questa è la stessa riforma proposta da Berlusconi con le stesse motivazioni: la ritenevo fascista allora e non ho cambiato idea.

Voterò no a vantaggio del presidente del Consiglio: un Renzi legittimato a fare quel che vuole è un incubo, un Renzi ridimensionato e costretto al dialogo, può anche non essere del tutto negativo.

Voterò no perché il rischio di una svolta autoritaria in futuro c’è eccome, e solo chi non vuol vedere non lo vede. Assegnare un potere incontrastato e incontrastabile al governo eletto e quindi al suo leader, in un paese tendenzialmente fascista come l’Italia, significa aprire le porte a una svolta tendenzialmente fascista- la frase di ieri è emblematica e non serve un esperto di semiologia per interpretarla correttamente.

Voterò no senza astio e con rispetto per chi la pensa diversamente, per chi crede che questa sia realmente un’occasione di cambiamento, per chi è convinto della buona fede di Renzi, perché questo significa rispettare la Costituzione. Perché sono convinto che tra servi, opportunisti, collusi e cialtroni varie, ci siano moltissime brave persone convinte della bontà di questa riforma e queste persone meritano rispetto anche se credo che stiano sbagliando.

Questo dibattito avrebbe meritato ben altro attori e ben altro livello di discussione: la volgarità intellettuale mostrata da Renzi e dai suoi seguaci e la volgarità tout court di Grillo e adepti, non lasciano ben sperare per il futuro di un paese che ha perso ormai i suoi intellettuali autentici e dove la stampa più che il cane da guardia del potere è il cagnolino da compagnia. Quanto all’opinione pubblica, bisognerebbe parlare del livello culturale medio degli italiani e sarebbe un triste discorrere.

Comunque vada, mala tempora currunt.

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Di Rocco Schiavone, di ignoranza e code di paglia

Rocco Schiavone è il protagonista di una serie di romanzi scritti da Antonio Manzini, caratterizzati da una trama gialla robusta e assai curata e da un protagonista, Rocco, appunto, che sembra preso dalla grande tradizione del noir americano, quella di Dashiel Hammet e Raymond Chandler.

Rocco è tormentato, incapace di elaborare il lutto per la tragica morte della giovane moglie,non beve come i suoi eponimi americani ma si fa una canna ogni mattina, nonostante ci sia sempre qualcuno a descrivere dettagliatamente i danni di questo gesto, lui la considera la sua hegeliana preghiera laica mattutina, ha modi rudi, amici discutibili e fa cose discutibili, ed è uno straordinario investigatore.

Non è un eroe senza macchia e senza paura e ogni volta che risolve un caso si sente come contagiato dal male che ha appena sconfitto, forse consapevole che nel suo mestiere ingrato per ogni vittoria ci sono cento sconfitte.

Schiavone non è rassicurante, non è il tipico poliziotto alla Montalbano che piace alle mamme, anche se di Montalbano possiede lo stesso senso della giustizia.

La trasposizione televisiva del personaggio è azzeccata, ben sceneggiata, ben diretta, con attori convincenti e nella parte, un Giallini assolutamente tagliato per il personaggio del vicequestore. Un successo di pubblico che conforta: la qualità paga ancora.

Gasparri e l’incorreggibile Giovanardi, chiamarli onorevoli è troppo, hanno presentato una mozione alla Camera contro il personaggio. Dando per scontato che i due non abbiano mai aperto un libro e se ne ritraggano inorriditi alla sola vista, il motivo di tale interrogazione è il fatto che il personaggio getterebbe discredito sulle forze dell’ordine. Stessa demenziale e assurda motivazione da parte del sindacato autonomo di polizia che aveva applaudito con entusiasmo, invece, le gesta del cretino Coliandro, evidentemente ritenuto dagli iscritti a questo sindacato, un rappresentante più degno.

Siamo dunque arrivati alla meta-denuncia, alla persecuzione di un personaggio di fantasia. Che arrivi da un fascista, un ottuso ex democristiano di quarta fila che sembra un personaggio disgustoso  preso di pari passo dal Commissario Pepe, immortale personaggio di Tognazzi e da un sindacato che ha applaudito l’assoluzione dei presunti responsabili della morte di Cucchi, non stupisce più di tanto.

Forse sarebbe stato più rappresentativo delle forze dell’ordine il racconto delle gesta di uno di quelli che nel 2001 a Genova furono responsabili della macelleria messicana del G8 (definizione data da un poliziotto), o di quelli che conducono ragazzi in carcere e li pestano a sangue, o dei poliziotti che caricano operai e studenti, ecc. Forse Giovanardi e Gasparri si sentono più utili al paese bloccando, insieme a tanti colleghi, l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Scusate, a me questa gente dà la nausea.  Io credo che la polizia svolga un servizio necessario e prezioso per la tutela dei diritti di ciascuno di noi, credo che l’impunità di cui oggettivamente godono le forze dell’ordine nel nostro paese non sia un male necessario ma un vulnus della nostra democrazia, che danneggia la stragrande maggioranza dei poliziotti, quelli che non picchierebbero mai un fermato, che abbasserebbero il manganello davanti a un ragazzino o a un anziano, che non perderebbero mai il senso del loro dovere.

Schiavone è personaggio di fantasia umano, forse troppo umano per alcuni, dotato di vizi e virtù come ognuno di noi. A me piace leggere le sue avventure e guardarle in tv, e riesco benissimo a comprendere che non rappresenta la realtà, anche perché, al contrario di quanto accade nella vita reale, Schiavone alla fine vince sempre.

Trovo semplicemente vergognoso che con tutti problemi che affliggono il paese, si debba sprecare tempo alla camera a discutere di una  fiction, vergognoso ma esemplificativo dei tempi che viviamo. Quanto alla polizia, trovo assolutamente lodevole che i suoi rappresentanti veri non invochino censure, non contano i reati fittizi di un personaggio di fantasia e continuino a dedicarsi ogni giorno al proprio lavoro, con spirito di servizio e onestà.

Dal momento che i dati dell’audience su Schiavone sono confortanti e il referendum è vicino, confido che potremo continuare tranquillamente a goderci le avventure del vicequestore, alla faccia degli ipocriti e di chi ha la coda di paglia.

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Leonard Cohen, il poeta

 

leonard cohen

Il suo ultimo disco, bellissimo, cupo ma non triste, toccato dalla grazia come tutti i suoi lavori recenti, bellissimo, quasi sussurrato, l’aveva quasi annunciato: se n’è andato, in quest’anno davvero orribile per il rock, Leonard Cohen, il massimo interprete della “poesia per musica” dopo Dylan. Poeta e scrittore affermato, Cohen si avvicina alla musica tardi, quando, come molti altri grandi interpreti del rock, dopo aver ascoltato Dylan, comprende che con una chitarra in mano si poteva fare poesia e arrivare ad un pubblico molto più ampio.

Sono tristi i primi album di Cohen, storie d’amore disperate, una visione della vita cupa e pessimista, lontani dall’ironia e dalla grazia delle sue opere più compiute ma ancora attuali, ancora in grado di parlare a tutti noi, come ogni classico che si rispetti. Suzanne, Bird on the wire, sono solo due dei titoli più famosi, canzoni che eseguiva ancora in concerto suscitando la commozione di chi le ascoltava. Era uno degli autori più amati da De Andrè, che lo sentiva molto vicino a lui, anche epr via del timbro basso di voce che li accomunava.

Una gioventù consumata in dissipatezze per molti anni, poi il ritiro in un monastero buddista in California e il ritorno sulle scene accolto trionfalmente. La sua biografia è affascinante e avvincente come le sue canzoni. “Volevo solo essere un bell’uomo che cantava canzoni per conquistare le donne”, ha detto una volta: è stato molto di più.

Uno dei grandi meriti di Leonard Cohen è quello di aver radunato centinaia di migliaia di persone negli stadi, nelle piazze e nei teatri di tutto il mondo ad ascoltare un poeta, a godere momenti di pura bellezza.

Elegante, alto, ironico, Cohen non è mai stato una rockstar ma un coltissimo signore della scena che ci ha regalato con la sua voce bassa e calda, canzoni che erano inni alla gioia di vivere, denunce contro i mali del mondo, riflessioni mai banali sull’amore.

Ho incontrato casualmente il poeta canadese molti anni fa, a Parigi, mentre si aggirava spaesato tra gli scaffali dei libri della Fnac. Elegantissimo, magrissimo, sembrava straordinariamente fuori posto, come è giusto che siano i poeti, i non riconosciuti legislatori del mondo, come ha scritto, se non sbaglio,. Shelley.

L’anno del Nobel a Dylan ci ha visto salutare molti grandi interpreti del rock. Forse, considerate le miserie di questo mondo, Dio vuole rilassarsi un momento ascoltando grande musica.

Grazie, mr. Cohen, per quello che ci hai lasciato. Halleluja.

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Quando il gioco uccide

Il problema delle dipendenze è ampio e articolato e meriterebbe ben altro spazio che queste pagine. Droga, alcool, gioco d’azzardo,.internet, sono solo alcune delle manifestazioni di un problema che, spesso, si lega a veri e proprio disturbi psichici, a profonda solitudine e disperazione.

Sono rimasto inevitabilmente colpito dalla tragedia accaduta a Cornigliano, dove un poliziotto, soffocato dai debiti di gioco, ha ucciso le due figlie e la moglie prima di suicidarsi. A Cornigliano lavoro da sedici anni e conosco bene la realtà del quartiere, non conoscevo questa famiglia ma alcuni  miei alunni sì e ne abbiamo parlato a scuola.

Inevitabilmente il discorso si è allargato alle dipendenze, in particolare il gioco d’azzardo e la droga. Due settori strettamente legati alla criminalità organizzata da sempre, due problemi totalmente ignorati dai media tranne quando si verificano eventi tragici.

Libera Genova ha lanciato da anni l’allarme sul gioco d’azzardo: la percentuale di  giocatori nella nostra regione è altissima, 1 persona ogni 110. Si tratta di un allarme sociale che resta ignorato sia, con alcune eccezioni, dai media, sia, colpevolmente, dalla politica.

I colpevoli di questa situazione sono tanti: una politica che per due decenni ha illuso la gente che le scorciatoie erano il modo più semplice per arrivare al successo, la crisi economica che in quartieri come Cornigliano, a basso reddito, con una popolazione di operai, ad alta concentrazione di stranieri, pesa drammaticamente, il deterioramento della comunicazione nei rapporti interpersonali: corriamo continuamente senza sapere perché, il lavoro diventa sempre più stressante, richiede sempre più impegno e fatica, spesso ci si dimentica di quanto è importante parlare.

Il giocatore compulsivo è come un tossicodipendente che ha bisogno di scariche di adrenalina sempre maggiori per soddisfare il suo bisogno ma, al contrario dei tossicodipendenti, è tormentato dai sensi di colpa e questo lo porta a vivere un inferno quotidiano, combattuto tra la consapevolezza di aver bisogno di aiuto, la vergogna e la pulsione che lo spinge a reiterare l’errore.

La tragedia di Cornigliano è solo la più grave di tante tragedie che si ripetono ogni giorno nella nostra regione: persone che perdono la casa, i beni conquistati lavorando onestamente, spesso perdono anche la famiglia e gli affetti. Sono persone normali, appartenenti a ogni classe sociale, perché i demoni sono trasversali, brave persone che incontriamo ogni giorno nei nostri quartieri, consumati da una febbre che non riescono a curare.

Lo Stato su tutto questo ci guadagna come ci guadagnano le mafie, che riciclano con le slot machine il denaro sporco e spesso esercitando l’usura acquisiscono beni e aziende. Mi chiedo se questo sia morale, se sia dignitoso vedere in televisione, sulle maglie delle squadre di calcio, sui muri della città, pubblicità di società che gestiscono il gioco d’azzardo.

In alcune città i comuni, sensibilizzati sul problema dalle molte associazioni che premono per una regolamentazione più severa, hanno cominciato a utilizzare strumenti che premiano  i locali che non installano le slot machine,  è un principio che dovrebbe essere seguito, a mio parere, su scala nazionale, con provvedimenti del governo.

Io non sono proibizionista, credo che la libertà, fino a quando non si scontra con il bene comune, comprenda anche i vizi, ma credo che servano regole severe in materia per evitare che tragedie come quella di tre giorni fa si ripetano. Alla luce della proposta di legge sulla liberalizzazione della cannabis, su cui ho già espresso le mie riserve, ritengo che questa regolamentazione sia ormai urgente e non possa risolversi in provvedimenti di facciata.

Una delle mie alunne l’altro giorno mi ha chiesto perché lo Stato stanzia trecento milioni di euro per un biglietto della Lotteria e da noi a scuola non funziona niente, i lavori di ristrutturazione sono bloccati, non possiamo usufruire di laboratori per altro obsoleti, ecc.

Giro la domanda ai miei quaranta lettori. 

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