Archivia Ottobre 2016

Dieci motivi contro la liberalizzazione

marijuana

 

1) Perché ho visto troppi ragazzi rovinarsi per la canne, perdere tempo, opportunità, possibilità, trovarsi con tutte le porte chiuse e le spalle al muro. Senza parlare dei problemi di salute.

2) Perché credo che troppi pensino allo spinello della mia generazione, e non si rendano conto che adesso no, non si risolve tutto con una risata, o una botta di malinconia, a seconda di come gira, ma si diventa dipendenti e, come scriveva Neil Young proprio in quegli anni: “Un drogato è come un sole al tramonto”. Lui parlava dell’eroina che s’era portato via un amico, ma il tetraidrocannabinolo ti brucia il cervello, oggi, e la cocaina tutto il resto. E ragazzi come sono come “un sole al tramonto” ne ho conosciuti e ne conosco. Troppi.

3) Chi è consumatore abituale di cannabis ha un problema: come non curiamo le malattie con dosi quotidiane di virus, trovo assurdo curare chi ha un problema col problema. Senza una legge che obblighi ad un adeguato percorso terapeutico per i casi di dipendenza, i risultati sarebbero disastrosi. Non mi risulta che tale provvedimento sia scritto nella proposta di legge.

4) La canna è trasgressione: comprarla in farmacia toglierebbe tutto il fascino, comincerebbero a girare leggende sulla “roba di stato”, i drogati sono abilissimi a crearle, usano quel po’ di fantasia che non si sono bruciati per inventare giustificazioni autoreferenziali per il proprio vizio, il pusher sarebbe comunque sempre il loro punto di riferimento. Commercialmente, l’idea è destinata a fallire in partenza.

5) Pensare che le mafie, che convivono con lo Stato da più di un secolo, siano disposte a farsi soffiare uno dei loro business più redditizi, è ridicolo.

6) Io voglio uno Stato che limiti anche il consumo di alcool nei giovani con adeguate campagne di prevenzione e di repressione degli abusi, non uno Stato che si arrende e si fa promotore in prima persona di un vizio.

/) Gli esperimenti di liberalizzazione delle droghe sono falliti ovunque siano stati fatti.

8) Stiamo allevando generazioni sempre più fragili, adolescenti incapaci di gestire la propria emotività, che alterano il proprio corpo per accettarsi ed essere accettati, che arrivano a tutto troppo presto. Dargli uno spinello in mano è come dargli un’arma.

9) Scusate il mio veterocomunismo: le droghe sono uno strumento del sistema per rimbambire le masse.

10) Parlare di droghe “leggere” oggi non ha senso: la droga è fuga dal mondo reale in un mondo a parte, l’amica fedele che ti illude di risolvere ogni problema. Poi i problemi tornano e l’amica anche, in un circolo vizioso che può condurre a un fine lieta, si smette, non si esagera, si lascia perdere, o meno lieta. E’ il meno lieta che mi preoccupa. Soprattutto nel mondo di merda in cui viviamo.

So che ci sono autorevoli pareri contrari al mio, che anche moti amici, più giovani e meno giovani la pensano diversamente; rispetto tutte le idee, ma credo che questa volta, se la legge si farà, si commetterà un gravissimo errore.

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Camminano tra noi (poche righe, questa volta)

Ci sono quelli dei trentacinque euro al giorno ai profughi, quelli che credono che vivano negli alberghi di lusso, quelli che pensano adeguare al nostro stile di vita, (quindi all’inciviltà diffusa, alle mafie, alla corruzione, alla volgarità intellettuale, ecc.) quelli che fanno le barricate a Goro, le teste di legno di Ponte di legno, quelli che sacrificano al dio Po, quelli che io non sono razzista ma…parlano di quelli che disprezzano, denigrano, rifiutano come “loro”, entità indistinta e misteriosa che non ha volto, voce, connotati, che ognuno dipinge con la propria fantasia a i immagine e somiglianza dei propri fantasmi.

Sono tra noi, tutti i giorni, nascosti, invisibili, pronti a prenderti alla sprovvista con una frase gettata lì sull’autobus, nei luoghi di lavoro, in un bar, per strada.

Camminano tra noi, non sono diversi morfologicamente, non sono vestiti in modo strano, se si feriscono, sanguinano, se provano dolore, piangono, se hanno paura, gridano.

Esattamente come noi. Esattamente come “loro”..

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Di contributi volontari, ragazzi soli, sciocchezze ministeriali: appunti per un mondo senza scuola

La notizia non stupisce: i contributi volontari alle scuole da parte delle famiglie sono crollati. In alcuni istituti di Genova non si arriva al cinquanta per cento, in altri la percentuale scende.

Non mi stupisce. Lavorando in un quartiere proletario percepisco le difficoltà delle famiglie, i danni che questa crisi, nonostante la narrazione ormai stucchevole, oltre che falsa, di una politica che vaneggia di riprese e sviluppo, provoca alla gente che vive con uno stipendio e cerca di tirare avanti come può.

Aggiungiamo a questo le lettere di chi non fa fare i compiti ai figli per farli “vivere”, e le motivazioni alla base di questa situazione sono tutte sul piatto: crisi, povertà in aumento, egoismo e individualismo sfrenati,razzismo, tutti questi fattori contribuiscono a squalificare la scuola pubblica, considerata ormai un fastidio, poco più che una delle tante incombenze burocratiche da ottemperare da cui non ci si può liberare.

Tutto questo grazie anche alle campagne politiche mirate a squalificare e delegittimare gli insegnanti per giustificare la macelleria sociale che negli ultimi anni ha colpito l’Istruzione. negli ultimi vent’anni questo Stato si è retto, in buona misura, sulla progressiva distruzione dell’istruzione pubblica.

Intanto i ragazzi sono sempre più soli, fragili, autoreferenziali, vulnerabili, incapaci di dialogare veramente se non dietro una tastiera e una maschera, incapaci di pensare al futuro perché proiettati sempre e solo sul qui e ora, quando i genitori non li spingono a mettere tutte le proprie energie nello sport, nella speranza neanche troppo sottaciuta di aver generato un campione. I ragazzi sono complessi, multi dimensionali, capaci di stupirti con improvvisi lampi di una umanità spontanea, genuina che apre il cuore e capaci di irritarti ed esasperati all’eccesso, spesso nell’arco di una stessa mattina.

Negli ultimi anni sempre più spesso compaiono le figure dei genitori “amici”, quelli convinti che i loro figli adolescenti gli raccontino tutto. Sono genitori deresponsabilizzati e deresponsabilizzanti che abiurano al proprio ruolo e , non riuscendo ad ottenere il necessario rispetto dai ragazzi, ne cercano la complicità, spesso coprendoli, fiancheggiandoli e attaccando con veemenza gli insegnanti che tentano di aprirgli gli occhi e farli uscire dall’idea di mondo stile Mulino Bianco che hanno nella testa,

E i ragazzi restano sempre più soli, senza punti di riferimento, relazionandosi tra di loro in modo sempre più superficiale, perché le relazioni vere possono ferire e questi nostri ragazzi non sono minimamente in grado di gestire la loro emotività, di controllare le proprie emozioni, che sono sempre eccessive. Vivono d’un colpo quello che la nostra generazione scopriva lentamente: il sesso, la trasgressione, che non è più la prima sigaretta che ti fa vomitare o la prima birra. Spesso non sono adeguatamente guidati in queste scoperte, non ne conoscono i pericoli e l’importanza, ne hanno paura e ne sono attratti. E finiscono per fare pasticci, perché accidenti sono ragazzi, non adulti, non amici, sono bambini in un corpo da grandi che avrebbero bisogno di uno schiaffo o una carezza quando necessario, delle parole giuste sempre.

La scuola dovrebbe contribuire anche all’educazione emozionale dei ragazzi, il concetto di “classe”, di un insieme di elementi che lavorano insieme allo stesso obiettivo, che cooperano e si stimolano l’uno con l’altro, dovrebbe servire anche a questo. E gli insegnanti dovrebbero tornare ad essere dei punti di riferimento. ma diventa difficile farlo in una classe pollaio (che brutto termine, parlando di ragazzi) o quando gli insegnanti mancano.

Quando il ministro Giannini dice che non esiste una emergenza scuola perché “non siamo mica a Natale”, dice una enorme sciocchezza e dimostra, ancora una volta, di non essere in grado di svolgere il lavoro per cui è lautamente retribuita. Un ragazzino disabile che ha stabilito un rapporto con una insegnante di sostegno e la vede andare via dopo due mesi, subirà un trauma gratuito, inutile ed evitabile, le classi costrette a essere divise in continuazione perché nel loro corso mancano insegnanti non ancora nominati,creano e subiscono un disagio, oltre che rinunciare a ore e ore di insegnamento a cui hanno diritto. La ministra Giannini dovrebbe vergognarsi di quello che dice quasi ogni volta che parla di scuola. E’ tempo di finirla di parlare solo di insegnanti famiglie e governo: la scuola è fatta dai ragazzi e di loro tutti dovrebbero tornare a occuparsi.

Un dirigente commentando la diminuzione dei contributi volontari ha deplorato il fatto che la gente ritenga che lo Stato debba pensare a tutto. Peccato che questo Stato non pensi quasi a niente. Per quello che riguarda l’istruzione lo stato deve pensare a tutto perché questo è scritto nella Costituzione, dove non c’è cenno a contributi volontari. 

Io lavoro per fare la differenza, per dare ai ragazzi che mi toccano in sorte quello di cui hanno diritto e possibilmente qualcosa di più, che sia fiducia, supporto, la parola giusta al momento giusto o l’intervento giusto al momento giusto, quello che conta quando conta.

Lo Stato che mi paga (pochissimo) per svolgere il mio lavoro mi sta impedendo di svolgerlo al meglio. Provo una crescente sensazione di inutilità e amarezza quando, a fronte dei problemi dei ragazzi, spesso seri e urgenti, non posso che offrire le mie parole, perché gli interventi sono lunghi, macchinosi, sottoposti a una burocrazia assurda, perché mancano le risorse per fare quello che andrebbe fatto, perché, molte volte, si ha tutti contro, a parte i ragazzi, che sanno sempre riconoscere quelli a cui importa di loro.

Un mondo dove la scuola è per pochi è un mondo di servi e padroni. L’impressione è che sempre di più, nel nostro paese si vada in quella direzione.

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Il Giullare saluta e il Menestrello sale sul trono

 

dariofo2  bob dylan

 

A Simple twist of fate è una delle canzoni più belle del neo premio Nobel per la letteratura Bob Dylan, o almeno una delle sue canzoni che amo di più. Ed è davvero una giravolta del destino quella che nel giorno della consacrazione di Dylan e del rock a cultura alta, ci saluti Dario Fo, geniale giullare e reinventore della parola teatrale.

Ho avuto occasione di vedere Fo molti anni fa, in un teatro tanto stracolmo che decise di far sedere alcuni spettatori privilegiati sul palco. Ero uno di quei privilegiati. Vedere da vicino la sua straordinaria mimica, ascoltare le sue parole che fluivano come una musica a cappella, vederlo poi nell’intervallo umile e preoccupato chiedere a noi, spettatori incantati, come stava andando lo spettacolo, è stata un’esperienza indimenticabile.

Poco importano le polemiche che seguirono all’assegnazione del Nobel in un paese perennemente diviso su tutto, anche su quanto dovrebbe unire: Fo ha reinventato il teatro civile, pescando dall’antica tradizione italiana e restando moderno e antico a un tempo, come solo i classici sanno fare. Era energia e pensiero in un paese assopito e poco incline alla speculazione, coraggioso e spudorato come solo un giullare può permettersi. Ed era un grande uomo, come attestano molte testimonianze. Poco  importa delle sue idee politiche: gli artisti si misurano sulle loro opere, è lì che trascendono e diventano giganti, nel privato sono uomini, con le loro debolezze, le loro miserie e le loro virtù. Ciao Dario, spero tu riesca a riportare un sorriso sul volto di Dio, ce n’è bisogno quaggiù.

Su Dylan non sono obiettivo: lo ascolto continuamente, l’ho visto per tre volte dal vivo, ho letto quasi tutto il leggibile su di lui: è il compagno dei momenti bui, che con la sua voce di carta vetrata mi aiuta a superare le difficoltà. La sua vittoria susciterà assurde polemiche, del tutto prive di fondamento: Dylan è il grande romanzo americano, le sue canzoni raccontano  la storia degli ultimi sessant’anni, la sua inquietudine d’artista, i cambiamenti di rotta repentini, le cadute e i ritorni trionfali ne dimostrano l’anarchia di fondo e la volontà di dire sempre quello che pensa senza compromessi.

Dylan non vende molto, ma è semplicemente il più importante poeta americano dell’età ,moderna. i suoi testi sono un diario in pubblico che racconta la storia di un’anima tormentata e raminga, i suoi estenuanti tour che toccano tutto il mondo sembrano quasi nascere dalla volontà di predicare un verbo destinato a restare inascoltato e forse per questo, tanto più forte e affascinante.

Dylan è Dylan e in questa frase si racchiude un mondo. Mai premio Nobel, a mio parere, fu più meritato e finalmente anche a Stoccolma hanno preso atto che il rock è cultura, spesso, con Dylan, Leonard Cohen ecc., altissima cultura Non è stato premiato solo un rocker ma un artista poliedrico e multiforme, con l’orologio spostato sempre un quarto d’ora avanti rispetto al suo tempo.

Non poteva esserci altro successore a Dario Fo: il giullare di certo ha sorriso quando il menestrello è salito sul trono.

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Lettera aperta al ministro Giannini

stefania_giannini

 

Egregio Ministro,

ci si aspetterebbe che una insigne glottologa, docente presso la più prestigiosa università del paese, usasse le parole con il dovuto raziocinio e fosse sempre ben consapevole di quanto sta dicendo: purtroppo, questo non accade quasi mai quando Lei parla degli insegnanti italiani.

L’ultima volta ci ha dato degli squadristi, usando un termine certo non confacente a chi le faceva presente l’assurdità di una riforma che richiama, nel suo assunto, proprio la riforma Gentile, guardi un po’, con la sua neanche troppo nascosta intenzione di trasformare la mia categoria in una schiera di servi muti.

Qualche giorno fa ha affermato che gli insegnanti devono scendere dalle cattedre e che grazie alla sua riforma, si parlava di formazione, torneranno a scuola.

A scuola, egregio ministro, dovrebbero tornarci lei e il sig. Faraone, per vedere come lavorano gli insegnanti italiani nonostante la situazione miserevole delle scuole che non è responsabilità sua e del suo governo ma che Lei e il governo che rappresenta state aggravando con provvedimenti di facciata che ricadono, come al solito, sulle fasce più deboli della popolazioni, i ragazzi disagiati, i disabili, etc…

Sarebbe ora che la smetteste tutti quanti di avere come modello la scuola del Mulino Bianco, con la sua famiglia sorridente appena sveglia e tornaste con i piedi per terra, cercando di capire qual è la realtà.

Sarebbe anche ora che lei la smettesse di insultare e trattare con un branco di incapaci quelli che dovrebbe rappresentare e tutelare, cosa che fino a questo momento non ha fatto e lascio ad altri le considerazioni sul lauto stipendio che lei incassa ogni mese mentre la mia categoria ha il contratto bloccato da sei anni.

Quanto alla formazione, vede, egregio ministro, le porto il mio esempio, che è l’esempio di moltissimi insegnanti italiani, giusto perché la smetta di dire assurdità e cominci a fare qualcosa di concreto e utile, cominci a giustificare i soldi che si mette in tasca ogni mese.

Io, da anni, faccio dalle venti alle quaranta ore di aggiornamento ogni anno, tutte certificate, tutte con enti riconosciuti dal suo ministero. Io, in cattedra, non ci sono mai salito perché ho cominciato a insegnare, sedici anni fa, con la consapevolezza che la lezione frontale era ormai obsoleta e bisognava inventarsi qualcosa.

Premetto che non lavoro nella scuola del Mulino bianco e neanche lo vorrei, lavoro in un quartiere problematico e in una scuola a rischio. Fino a che abbiamo potuto, con i miei colleghi abbiamo inventato e sperimentato, cercato strade nuove, trovato soluzioni e digerito sconfitte, sempre e solo nell’interesse dei ragazzi.

Poi sono arrivati i tagli: finito il tempo prolungato, finite le risorse per le attività pomeridiane, etc…etc… E adesso è arrivata Lei.

Vede noi, nella nostra scuola brutta e disagiata, applicavamo la peer education prima di sentirla nominare, l’apprendimento cooperativo per necessità, quando ti trovi classi di soli alunni stranieri che non parlano italiano e insegni italiano, qualcosa devi pur inventare. Pensi che con la collaborazione dei miei colleghi e del personale Ata ho persino girato una versione dei Promessi sposi in chiave antirazzista con soli alunni stranieri e non l’ho fatto per partecipare a qualcuno dei nauseabondi concorsi che organizza il suo ministero per far vedere quanto siete bravi, no, l’ho fatto perché era l’unico modo di insegnare a quei ragazzi, applicando quell’”apprendere facendo” che oggi va tanto di moda.

Quest’anno ho deciso di passare al metodo della classe capovolta, ma mi spiega come posso farlo con la connessione internet che non funziona, i computer per i ragazzi che non esistono, le uniche due Lim inagibili perché l’aula viene adibita al “normale” svolgimento delle lezioni a causa di lavori di ristrutturazione che durano da mesi, l’aula video inagibile per lo stesso motivo?

Così mi sto inventando quotidianamente il modo di applicare quel metodo senza possedere il necessario, comprando libri a mie spese e facendo autoaggiornamento, cercando una piattaforma on line efficace, etc…

Tutti i miei colleghi fanno così, quotidianamente inventano nuove strategie e nuove soluzioni, poi ce le scambiamo e impariamo l’uno dall’altro.

Noi non abbiamo bisogno di tornare sui banchi di scuola, egregio ministro, e affermandolo, lei mette in discussione la libertà di insegnamento, il diritto sancito dalla Costituzione, di adottare le tecniche e gli strumenti che riteniamo più adatti per riuscire a fornire ai ragazzi  l’insegnamento più efficace.

Sa qual è il vero scandalo, la vera oscenità della sua riforma? All’interno  della stessa città, tra provincia e provincia, tra regione  e regione, le scuole non vivono tutti gli stessi problemi: ci sono le scuole del Mulino Bianco, nei quartieri migliori, e le scuole a disagio, nei quartieri dei lavoratori. Le prime hanno tutto, le altre quasi niente. Lei, Faraone e il governo che rappresentate avete mantenuto e ampliato questa diseguaglianza, state allargando la forbice e fate finta di non vedere e di non sapere che si tratta di una gigantesca violazione della Costituzione. Voi volete che la scuola torni al metodo Gentile: scuole per i figli dei ricchi che formeranno una classe dirigente inquadrata e scuole per le classi popolari, per fornire manodopera a basso costo. Se poi qualche povero brilla in modo evidente, lo premiamo col merito, altro mantra della sua amministrazione. Nella Sua riforma non c’è una riga riguardo a questa disuguaglianza incostituzionale.

Io fossi in lei mi vergognerei, Ministro, ma dimenticavo: sono uno di quelli che deve tornare sui banchi di scuola.

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Il mondo che stiamo preparando per i nostri figli

Ieri ho fatto una cosa assurda, assurda in un mondo ideale, dove gli esseri umani si comportano come tali. Leggo un post su facebook di Libera che dice che nel palazzo di via XX Settembre ( per chi non è di Genova: la via principale della città, quella dello shopping) dove sono ospitati undici profughi, l’assemblea di condominio ha negato l’allacciamento dell’acqua, acqua che, intendiamoci, sarebbe stata pagata dal Comune.L’iniziativa è partita da singoli cittadini e L’Arci ha invitato le persone a presentarsi davanti al portone del palazzo con una bottiglia d’acqua.

Ero appena uscito da scuola, da una scuola dove la metà dei ragazzi sono stranieri. Chiamo mia moglie e le dico:” Dobbiamo andare”. Non eravamo molti, ma oltre agli iscritti all’Arci, a Libera,e alle altre associazioni, a qualche politico, c’erano anche signore eleganti, giovani e meno giovani, con la bottiglia in mano, gente che abita in centro e non voleva essere confusa con chi nega l’acqua agli assetati. C’era anche un odioso negoziante, quello accanto la portone del palazzo dove sono ospitati i migranti, che si è lamentato delle bottiglie temporaneamente posate accanto all’entrata.

Cambio argomento, ma solo apparentemente, perché sempre di razzismo si tratta, sempre di noi e voi, di affermazioni di diversità: la questione del panino a mensa.

Parto da una semplice constatazione: la scuola pubblica è l’unico luogo in cui, per un periodo limitato della loro vita, spesso solo per la durata della scuola dell’obbligo, i ragazzi sperimentano l’uguaglianza: ricchi e poveri, bianchi, gialli, o neri, alti bassi, belli e brutti, i ragazzi a scuola hanno gli stessi diritti, devono seguire le stesse regole, rispettare gli stessi impegni, subire le stesse punizioni o essere premiati allo stesso modo. Mangiare, anche male, tutti insieme, fa parte di questo quadro, ne è in qualche modo l’ideale cornice. E parla un insegnante che vedeva l’ora di mensa come un supplizio ma ne ha sempre riconosciuto il valore pedagogico e sociale.

Andiamo a un altro argomento, anche questo correlato: la lettera della madre che scrive che sua figlia non farà i compiti perché ha il diritto di divertirsi.

Dovremmo educare i nostri figli a non umiliare gli altri, non a sentirsi diversi e privilegiati, questi genitori li educano invece  a sentirsi diversi dagli sfigati che mangiano a mensa o da quelli che fanno i compiti, loro sì che sono furbi e protetti, loro sì che possono portarsi a scuola un lauto pranzetto da consumare da soli, in barba a qualunque logica di classe, o rinunciare a fare i compiti che magari, più tardi, farà la mamma. Questi genitori li educano a distinguersi da chi è diverso, meno fortunato, più povero. Questi genitori sono razzisti.

Il razzismo schifoso dei condomini del palazzo di via XX Settembre nasce dai piccoli razzismi quotidiani, dal cominciare a stigmatizzare e segnalare la diversità già dai banchi di scuola. L’assoluto disprezzo di altri esseri umani, in virtù della propria appartenenza a una classe sociale diversa e quindi dotata di maggiori diritti rispetto agli altri, anche del diritto di essere impietosi e spregevoli, è purtroppo un male sempre più diffuso.

Al pensiero di quale mondo stiamo preparando ai nostri ragazzi, da genitore e da padre non posso non provare un moto di nausea.

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Alcune considerazioni sul referendum, sull’Italia e perché voterò no

Ho assistito al confronto in Tv Renzi-Zagrebelsky  con grande interesse e, devo dire, ne sono rimasto piuttosto deluso. Renzi era in forma, meno arrogante del solito ma, come al solito, ripetitivo, prigioniero di una continua iterazione di slogan e frasi fatte da far sembrare, al confronto, Berlusconi un maestro d’eloquenza. L’impressione che ho quando lo sento parlare è sempre la stessa: poche idee, confuse, banalità da autobus e l’assoluta assenza di una visione del futuro.

Neanche Zagrebelsky mi ha convinto, a tratti: alcune argomentazioni mi sono sembrate senz’altro convincenti, altre fragili. Nel complesso,tutti e due mi hanno dato l’impressione di arrampicarsi spesso sugli specchi.

Faccio una premessa prima di esprimere la mia personale opinione su questo referendum: considero l’eventuale ascesa dei Cinque Stelle o di Salvini al governo una catastrofe per il paese, quella sì foriera di rischi enormi per la democrazia e non credo che, al momento, esistano alternative a Renzi. Quindi, molto obtorto collo, in una eventuale competizione elettorale, sceglierei ancora il Pd.

Questo non toglie che io detesti cordialmente il premier e consideri responsabile  lui e il suo governo di un forte taglio allo stato sociale, di una svolta fascistoide nei rapporti con le controparti e di una deregulation in senso liberista le cui conseguenze pagheremo negli anni a venire. Le poche buone idee sono state cancellate dai tanti, troppi errori di questo governo, ne cito giusto due perché coinvolgono settori fondamentali per il paese: la legge sulla scuola e il jobs act.

Tuttavia, credo che Salvini e Grillo siano molto peggio, ecco spiegato il mio outing.

Tornando a referendum, voterò no perché il problema di questo paese non è la stabilità di governo ma l’onestà della classe politica. E il problema di fondo, non è neanche solo la corruzione, ma la connivenza con quei poteri laterali e più o meno occulti, le mafie, la massoneria, che non è terminata, purtroppo, con l’avvento dei rottamatori. Fino a quando questo paese non farà chiarezza sul proprio passato, fino a quando non si spezzeranno certi legami, fino a quando ci sarà uno scarso discredito sociale sui reati finanziari, fino a quando sarà considerato normale un politico indagato o incarcerato, fino a quando si difenderanno politici collusi con le mafie, non c’è riforma che possa risolvere la situazione.

Io non credo che siano tutti ladri, non credo che Renzi voglia instaurare una dittatura, non credo alle teorie del complotto e alle stronzate pentastellati sul gruppo Bilderberg, ma insegno storia e la storia racconta di un paese che ha vissuto la banda della Magliana, gli anni di piombo, la strategia della tensione, la mattanza di Palermo, il G8 del 2001 a Genova e non ha trovato il coraggio di fare luce e giustizia su nessuna di queste vicende. Siamo un paese che ha ucciso un poeta e ha accettato un verdetto ridicolo sulla dinamica del suo omicidio, siamo un paese dove si è costretti a parlare di eroismo a proposito di persone che hanno svolto e svolgono il proprio lavoro con onestà. Questo è il paese di Giorgio Ambrosoli, lui sì un eroe civile, ai cui funerali non è andato nessun politico, è il paese di Aldo Moro, assassinato alla vigilia di un possibile cambiamento quello sì, vero ed epocale,  è il paese della speculazione edilizia, della cementificazione, delle alluvioni e dei terremoti, questo è il paese delle trattative tra Stato e mafia che cominciano con Giuliano e continuano e continueranno fino a quando qualcuno non comprenderà che è di una rivoluzione culturale che abbiamo bisogno, di una rieducazione alla pulizia, all’onestà, al rispetto della dignità. Ovviamente non parlo di rivoluzione culturale e rieducazione in senso maoista ma etico.

Voterò no perché il referendum è inutile, ennesimo provvedimento di facciata il cui unico risultato sarebbe di lasciare mano libera al capetto di turno, e se è Renzi ci va ancora bene. Voterò no perché non è la Costituzione che non funziona ma quelli deputati alla sua applicazione. Voterò no perché si poteva ridurre il numero dei parlamentari senza cambiare le parti in tavola, ottenendo il tanto vantato risparmio e voterò no perché la lista di quelli morti per proteggere questa costituzione, per renderla carta viva e non lettera morta è troppo lunga perché possa essere modificata unilateralmente da un partito che ha un concetto di democrazia a tratti piuttosto singolare.

Questo è un paese rassegnato che accetta una stampa cialtrona e asservita (perché parliamoci chiaro, Repubblica e il Fatto pari sono), una informazione parziale e viziata e non chiede più nulla, se non iphone e reality show, sempre più avviluppato in sé stesso, sempre più volgare, gretto, provinciale, ignorante.. O ripartiamo dal tessuto sociale ed etico, da un nuovo civismo, o torniamo a dare valori che partano dalla scuola e dalla politica e non siano il berciare vuoto del populismo, oppure, presto o tardi, vincano i sì o i no, prima o poi la svolta autoritaria arriverà.

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