La penosa campagna del pd contro i Cinque stelle

Giugno 17, 2016 Cronaca

Davvero era un articolo necessario, come ribadisce il direttore di La Repubblica, quello sulle frasi pronunciate da D’Alema? Davvero le battute di un politico, pronunciate in un momento di relax, durante un convegno, meritano la prima pagina su quello che fu il più importante quotidiano italiano?

Dopo Ezio Mauro, con la nuova direzione, Repubblica è ormai diventata una sorta di Unità più elegante e meno spudorata ma, comunque, perfettamente allineata con i laudatoris temporis agens, in perfetta consonanza con il Renzi pensiero, frase che suona ossimorica.

Nulla di meglio sa fare il quotidiano fondato da Scalfari, se non calunniare, tentare di delegittimare, trovare il granello di sabbia nel cortile altrui, ignorando le travi accatastate nel proprio. Arrivare all’assurdo di rimproverare agli avversari del non eletto i suoi stessi difetti.

Eppure ce ne sarebbero di argomenti per attaccare i candidati Cinque Stelle: la mancanza di un disegno politico unitario, il cordone ombelicale con un leader umbratile e ambiguo e con un partito-azienda con tanto di marchio depositato, la mancanze di squadre di governo convincenti, le prese di posizione riguardo l’immigrazione, la tendenza a fare di tutt’erba un fascio, un manicheismo stucchevole e fastidioso, l’enfasi sugli scontrini che ha ormai rotto le scatole a tutti, l’assoluta incapacità di comprendere che lo scopo della politica, in democrazia, è fare compromessi il più alti possibile, ma sempre compromessi, per il semplice fatto che va rispettato anche chi la pensa diversamente, l’autoritarismo interno.

Nulla di tutto questo: i giornali dell’uomo che non è stato eletto fanno una colpa ai Cinque stelle degli ovvi endorsement della destra, dimenticando Verdini, cercano angoli oscuri nella biografia delle candidate senza trovare in realtà alcunchè, dimenticando gli angoli oscuri di molti appartenenti al cerchio magico e dello stesso non eletto, e, last but not least, tentato di addossare la colpa del possibile fallimento non a candidati improponibili (Milano), privi di carisma ed esperienza (Roma), strabolliti (Torino), non a una politica nazionale fallimentare, portata avanti a forza di promesse non mantenute e di sonore fregature ai danni delle fasce più deboli ( vedi gli ottanta euro e la recente norma sulle pensioni), non a un leader privo di credibilità, attorniato da un esecutivo di basso livello capace solo di pasticciare, contando sulla poca memoria degli italiani, ma all’opposizione interna del Pd, opposizione inesistente, inerte, connivente, incapace di spostare anche il voto dei propri appartenenti.

Non sono entusiasta della possibilità che si consegnino a Grillo piazze importanti come Milano, Roma e Torino ma piuttosto che consegnarle a un esponente della peggiore imprenditoria italiana, a un grigio esecutore degli ordini dall’alto e a un relitto del passato recente e non entusiasmante del Pd, meglio vedere cosa ci può riservare l’unica alternativa esistente oggi in Italia.

Ritengo inoltre che una sonora sberla dagli elettori possa indurre l’uomo che non è stato eletto e il suo cerchio magico a più miti consigli, a mitigare i toni, a tornare a dialogare con le opposizioni interne ed esterne, a frenare la deriva liberista e destrorsa del paese.

Ovvio che i giochi veri si faranno quando si voteranno le riforme costituzionali, ma frenare un po’ l’arroganza del paroliere fiorentino, magari trovare un modo elegante per accompagnare la bella addormentata nei boschi fuori dalla ribalta, spezzare il feeling tra una certa imprenditoria compromessa e compromettibile e il governo, potrebbe risultare utile e salutare anche in prospettiva.

Una nota su quanto accaduto in Inghilterra: la radicalizzazione del discorso politico conduce ad armare le mani dei pazzi, è una legge già sperimentata e sarebbe opportuno che sia lo sciacallo che guida quelli di Pontida, sia Grillo, se ne rendessero conto: fare politica significa anche assumere atteggiamenti responsabili, avere rispetto della controparte, usare equilibrio e buona educazione nel portare avanti le proprie tesi. In parole povere, recuperare il senso etico della politica.

Parole che oggi, nel nostro paese, suonano ridicole.

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