Archivia Maggio 2016

Il governo e i chierici obbedienti

Da molto tempo ormai, in Italia, gli intellettuali hanno rinunciato ad esercitare il pensiero critico, scegliendo di schierarsi aprioristicamente con l’una o l’altra parte politica, non importa quanto ideologicamente vuote e prive di valori siano entrambe, per nessun altro motivo valido, a mio parere, se non il puro interesse personale.

L’attuale dibattito su referendum costituzionale, di livello talmente basso da rasentare il pecoreccio, non si spiega se non tenendo conto di questa rinuncia.

Il problema di questo paese non è l’immobilismo, come molti continuano con ostinazione ammirevole,a ritenere e in ogni caso la soluzione non è certo il finto dinamismo dell’uomo che non è stato eletto e della sua allegra banda. Il problema di questo paese è la corruzione, la mancanza di cultura e di etica, l’illegalità diffusa e accettata senza alcun discredito sociale a tutti i livelli. Le mafie, in questo contesto, sono il prodotto di questo clima, non la causa, il frutto peggiore di un orto ampiamente infestato da parassiti e veleni.

Il problema di questo paese è che è dominato, dalla sua fondazione, da un capitalismo familiare, chiuso e gretto, tendenzialmente di destra ma, in realtà, disposto a cambiare bandiera a seconda della convenienza, capitalismo familiare che, basta guardare l’organigramma del governo, si è trionfalmente insediato nei luoghi del potere.

Non serve modificare la Costituzione e dare il potere a un uomo solo per cambiare le cose, servirebbero politici di ben altro spessore e valore che quelli che infestano il Parlamento. Sarebbe molto più semplice applicarla, la Costituzione e renderla carne viva invece che carta morta.

L’uomo che non è stato eletto da nessuno, non solo non ha rinnovato nulla, ma sta attuando una politica stantia, vecchia, condannata dalla storia.

Il consociativismo risale ai primi anni della Repubblica, la riforma scolastica è una modernizzazione della riforma Gentile, non nei modi, ovviamente, ma negli intenti, il jobs act è un modo originale per eliminare i sindacati e sfruttare liberamente i lavoratori: non potendo usare le maniere forti di Mussolini, l’uomo che non è stato eletto utilizza la sua intelligenza da borghese appartenente alla razza padrona, per regolare quel conto aperto con il proletariato dal 25 Aprile 1946, quando anche i padroni, che sotto il fascismo avevano vissuto benissimo, dovettero chinare la testa di fronte all’orgoglio di un popolo stanco di essere schiavo.

Sto dicendo che l’uomo che non è stato eletto è fascista?  Una moderna incarnazione di Mussolini? Non scherziamo. Mussolini era un anarchico poi passato nelle fila del partito socialista. Diventato burattino dei padroni si è rifiutato di farsi manovrare e ha avviato l’unica rivoluzione che questo paese abbia mai vissuto. Una rivoluzione pessima come tutte le rivoluzioni, con un di più di nefasto e criminoso. Ma Mussolini, quando dovette riformare la scuola, che sapeva essere uno dei centri nevralgici del potere, chiamò il più importante filosofo italiano di quel periodo, uno dei più importanti filosofi italiani di sempre. Comincia forse lì, col signorsì di Giovanni Gentile, il rapporto servile tra i chierici e il potere nel nostro paese. L’uomo che non è stato eletto non è fascista né comunista, non è di destra nè di sinistra, è affascinato dal potere in sé, è un narcisista patologico ma dotato di una furbizia vernacolare che, fino adesso, gli ha permesso di tirare avanti nonostante lo sfacelo della sua azione politica. E a riformare la scuola ha chiamato una pletora di incompetenti.

L’uomo non ha avversari: il Movimento cinque stelle non esiste, è un partito aziendale destinato a esaurirsi  in tempi brevi, anche e soprattutto se vincesse le elezioni a Roma, la destra non ha bisogno di esistere perché già governa, la sinistra radicale è anche più povera di contenuti, grottesca e ridicola del Movimento di Grillo, il che è tutto dire, la Lega, per fortuna, ha una base troppo ignorante e un leader improponibile per arrivare a diventare una forza neonazista come quella che ha rischiato di vincere le elezioni in Austria, l’opposizione interna al Pd è ai limiti del grottesco,per non parlare di gente come Civati e Fassina, che bene farebbero a cambiare mestiere.

Chi dovrebbe infastidire il governo? I giornalisti, i professori, gli scrittori, gli intellettuali, che invece stanno bene attenti a non sbilanciarsi, a vivere chiusi nelle loro comode torri d’avorio dove non importa neanche da che parte tira il vento, perché il vento non ,lo percepiscono.

Anzi, si respira nell’aria un certo disprezzo per la cultura, specie se qualcuno ha ancora il coraggio di esprimere un’opinione fuori dal coro. Leggo così un’intervista di Ezio Mauro a Zagrebelsky ficcante, veemente, all’americana e mi chiedo come mai il suo giornale non è altrettanto efficace a stigmatizzare le innumerevoli idiozie della dama di corte del piccolo principe, tanto per dirne una; vedo un rettore togliere la parola a un ragazzo che con una discreta dialettica  incalza la dama di cui sopra che non sa usare altra replica se non il suo soave sorriso. Leggo anche le esternazioni del senatore D’Anna su Saviano, che come sa chi mi legge io non amo, esternazioni che arrivano puntuali quando esce la notizia di personaggi vicini ai clan  inseriti nelle liste, guarda un po’, della compagine del senatore D’Anna; lo stesso Fatto quotidiano è solito usare due pesi e due misure a seconda che a dire spropositi siano i grillini o i fedeli al governo.  Questo uso strumentale e settoriale dello spirito critico, questo servilismo mascherato da rigore o moralismo da quattro soldi, sono lo specchio dello stato miserevole in cui versa la cultura nel nostro paese. Il manicheismo è la soluzione degli ignoranti e dei fanatici e nel manicheismo, a tutti i livelli, non viviamo immersi.

Il problema è molto serio se si pensa che in passato intellettuali come Sciascia, Pasolini, Sanguineti, Eco,  hanno non solo lasciato il segno ma indicato la strada da prendere, oltre che anticipare con impressionante lucidità il futuro prossimo venturo, Commettendo errori e prendendo abbagli, certo, ma  senza mai rinunciare a sferzare l’ipocrisia dilagante e a gridare che il re era nudo.

Questa acquiescenza dell’intellettualità nostrana alla volgarità dilagante, questa abdicazione dei chierici allo spirito del tempo, non lasciano spazio a previsioni ottimistiche. Non c’è bisogno del sonno della ragione per generare mostri, i mostri sono tra noi, anche se facciamo finta di non vederli.

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Figli di uno Stato che non esiste

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Stavo svolgendo il servizio militare quando venne ci fu la strage di Capaci. Ricordo la notizia che passò veloce tra i soldati anche se in caserma le notizie dal mondo esterno arrivano ovattate, quasi deprivate del loro senso. Oltretutto c’era la guerra in Bosnia e il mio reparto rischiava di partire da un momento all’altro. Questo per dire che solo dopo la morte di Borsellino, avvenuta poco prima del congedo, una volta tornato alla vita “civile”, potei afferrare pienamente l’orrore e la portata di quei due attentati.

Attentati che rinforzarono la tempesta scatenata nel paese dall’inchiesta di Mani pulite. Furono momenti terribili, in cui  tutto sembrava possibile e lo Stato sembrava vacillare ed essere sul punto di crollare. sappiamo com’è andata a finire: Riina perse la sua partita, Cosa nostra venne ridimensionata ma lo Stato non ebbe il coraggio o la volontà di assestare il colpo finale.

Falcone e Borsellino, insieme a tutti gli altri, sono due simboli, due esempi di dedizione estrema a uno Stato che in Italia non è mai esistito. Erano infiammati da un’utopia irrealizzabile, la sconfitta della mafia, eppure sono andati avanti verso quella fine che avevano predetto, senza tentennamenti, senza dubbi, nonostante fossero consapevoli che la mafia e lo Stato italiano, da sempre, sono due poteri che vivono in simbiosi, due maledetti gemelli siamesi che nemmeno un titano può dividere.

Oggi la Camorra e la ‘ndrangheta, Cosa nostra ha un ruolo subordinato e ridimensionato rispetto al passato, ma non è stata sconfitta ed è viva e vegeta, nonostante quanto affermato con grande incoscienza dal ministro Alfano, hanno a disposizione, grazie al solo traffico di droga, una tale quantità di denaro liquido da poter comprare diversi paesi europei. Il potere corruttivo delle organizzazioni mafiose è inimmaginabile e pensare che possa essere sconfitto, oggi, è da folli.

La società civile sta facendo quanto può, soprattutto al sud, al nord non è ancora cosciente della presenza invasiva della mafie, quando si scuoterà dal sonno reagirà sicuramente con forza. Ma la società civile, senza la volontà politica dello Stato di combattere seriamente il fenomeno mafioso, è destinata a perdere. Quel 23 maggio 1992 non abbiamo perso solo due magistrati e gli uomini della scorta, abbiamo dilapidato il coraggio e la voglia di rivalsa dei ragazzi scesi in piazza, lo Stato italiano ha lasciato che la rabbia svaporasse e che tutto tornasse alla normalità. invece di sfruttare il consenso sociale per estirpare i rami secchi, invece di appoggiare il pool di Milano per dare un colpo mortale alla corruzione, il potere ha finto ti arrendersi per rigenerarsi sotto altre spoglie, lasciando che nulla cambiasse.

Abbiamo avuto un ministro che ha affermato placidamente che con la mafia bisogna convivere e un presidente del consiglio che con un mafioso conviveva, abbiamo visto delegittimare magistrati e assestare colpi di grazia a processi di capitale importanza, abbiamo visto un presidente della repubblica reticente su fatti di estrema gravità. Cos’altro ci serve per capire che no, lo Stato di Falcone e Borsellino, la repubblica della Costituzione, quella che nasceva dalle macerie della seconda guerra mondiale e dall’oppressione fascista, la repubblica dei partigiani, oggi usati come strumento di propaganda politica da chi, probabilmente, non li ha mai sentiti parlare e raccontare, non è cresciuto con                                           i loro canti nelle orecchie , non è stato educato all’antifascismo, non c’è, non c’era nel 92 e non c’è mai stata.

Questo è il paese della P2 e del piano Gladio, dei colpi di stato falliti e dei presidenti picconatori, questo è il paese di Portella della ginestra e del bandito Giuliano al soldo della Cia, è il paese di Abu Omar e della morte misteriosa di Mattei. Abbiamo visto le bombe di Brescia, Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, abbiamo visto assassinare magistrati,carabinieri poliziotti, rapire e uccidere un presidente del consiglio, massacrare un operaio. Abbiamo avuto un pregiudicato presidente del Consiglio per vent’anni, abbiamo accolto dittatori con tutti gli onori, consentendogli di bivaccare in Parlamento, abbiamo visto attraversare le porte del potere da legioni di bagasce e a Genova, sotto le manganellate di chi la libertà doveva assicurarla abbiamo visto spegnersi il sogno di un mondo migliore.

No, questo paese non si merita Falcone e tutti gli altri, questo paese non si merita eroi. In questa giornata l’unica cosa che i politici dovrebbero fare è quella di stare in silenzio, perché oggi è morto, ogni giorno è morto anche per loro,  qualcuno che sapeva cos’è la dignità.

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Domani ultima chiamata per la scuola pubblica

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Io credo che molti insegnanti non abbiano ben compreso l’importanza dello sciopero generale di domani. Se non ci sarà una grande mobilitazione della categoria a Settembre la 107 entrerà a pieno regime, completando il processo di destrutturazione della scuola pubblica e avviando quel processo che porterà a una progressiva privatizzazione delle scuole sul modello americano.

La chiamata diretta da parte dei dirigenti comporterà, di fatto, un ridimensionamento del concetto di libertà d’insegnamento e avvierà la precarizzazione di tutta la categoria.

Se eliminare il precariato significa trasformare tutti in precari, il trio delle meraviglie formato da  colui che non è stato eletto, Giannini e Faraone, hanno mantenuto le promesse.

La 107 è un legge che si basa su un unico principio: quello del ricatto. Vuoi lavorare? Spostati a mille chilometri di distanza e se hai famiglia, fatti tuoi. Ti regalo cinquecento euro ma solo se li spendi come dico io. Vuoi chiedere trasferimento? Costruisco degli ambiti territoriali assurdi e vediamo se ne hai ancora il coraggio. Vuoi il bonus? beh allora devi sottostare ad alcune regole che non sono uguali per tutti ma differenti da scuola a scuola e da dirigente a dirigente, perché alla fine è lui che decide i nomi. Stai sull’anima al dirigente? La titolarità di cattedra non esiste più e lui ti sistema nell’organico di potenziamento, a fare il tappabuchi, o nell’organico di rete, a saltare da una scuola all’altra.

Questa è la 107 e chi si illude di ritagliarsi un posto al sole, di ottenere il suo bell’incarico e stare tranquillo alla corte del re, non ha considerato che ogni tre anni il re cambia e si sa quel che si lascia ma non quel che si trova.

La chiamata diretta del dirigente oltre che violare il contratto di lavoro nazionale che è ancora in vigore e non può essere cancellato dalla legge, rappresenta la legalizzazione del clientelismo. Certo, il dirigente non può assumere parenti ma può farli assumere dal suo collega vicino, che a sua volta gli chiederà di assumere il tale, secondo quella logica di scambio di favori che ha già trasformato la politica in un mercato e che ha fatto la fortuna delle mafie nel nostro paese.

Non mi permetterei mai di dire che tutti i dirigenti sono favorevoli a questo scenario, attenzione, anzi

posso dire che in quindici hanno di carriera ho avuto a che fare con dirigenti più o meno capaci ma tutti, indiscutibilmente onesti. Ma chiedete ai colleghi che hanno dirigenti autoritari e prevaricatori come si lavora nelle loro scuole, quale clima si respira e quale timore serpeggia.

La 107 va neutralizzata  e l’unico modo per farlo è la via contrattuale. O domani si scende in piazza in tutta Italia tutti insieme, a chiedere il rinnovo del contratto e la modifica degli aspetti più assurdi della legge, o la scuola pubblica è destinata a scomparire.

Sarebbe bello se insieme agli insegnanti scendessero in piazza anche quei dirigenti scolastici, molti, che non hanno alcuna smania di potere. Sarebbe opportuno fossero con noi anche e le prime ad essere danneggiate da questa riforma, le famiglie: quando si renderanno conto che a pagare il prezzo più alto saranno i loro figli, sarà ormai troppo tardi. sarebbe importante che scendessero a riempire le piazze anche i precari, i più danneggiati, umiliati e offesi dalle nuove norme, anche quelli che stanno svolgendo le prove di un concorso organizzato con i piedi e condotto ancora peggio.

Chiudo con un esempio che ben illustra tutti gli aspetti negativi della 107. Siamo in tempo di bonus e i comitati di valutazione stanno scegliendo i criteri per assegnarlo, Ogni scuola sceglie criteri diversi e si va dai più fantasiosi ai pochi criteri sensati (verificabili, misurabili, oggettivabili). Nessuno ha informato i comitati di valutazione che sono penalmente responsabili di quanto decidono: se varano criteri passibili di ricorso, saranno loro a risponderne. Praticamente tutti i criteri proposti sono passibili di ricorso. E’ una situazione da terzo mondo, ideata da incapaci. Non credo esista in Europa una scuola che abbia varato a questo modo la valutazione degli insegnanti.  Non si discute il principio che il merito venga deciso a discrezione del dirigente, meglio che si assuma la responsabilità lui piuttosto che assistere a duelli rusticani tra gli  insegnanti, si chiede solo che il governo vari criteri condivisi e chiari, differenziati per ordine di scuola, all’inizio dell’anno così che un insegnante sia libero di concorrere al bonus oppure no, conoscendo prima le regole e non in corso d’opera. 

Si preferisce invece la lotta intestina nelle scuole, i colpi bassi, si vuole deliberatamente dividere i collegi docenti perché non abbiano più voce in capitolo nella gestione della scuola. E’ un altro passo verso la progressiva delegittimazione della categoria docenti, già arrivata a buon punto.

Ecco perché domani bisogna che gli insegnanti facciano sentire forte la loro voce, per tutelare la dignità del proprio ruolo, per rivendicare il valore insostituibile dell’istruzione pubblica.  Per non ritrovarsi a Settembre, come una favola al contrario, trasformati in servi.

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Pizzarotti, o del fumo negli occhi

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Diciamo subito che i reati di cui sono accusati Pizzarotti e Nogarin, di fronte a quello che accade ogni giorno nei comuni italiani, di fronte alla recente sentenza del processo Minotauro che ha certificato come un sindaco abbia governato per dodici anni un paese del torinese con l’appoggio di tutte le cosche del nord Piemonte,fanno tenerezza, sono esilaranti e solo la propaganda del Pd, con in testa naturalmente quell’osceno brogliaccio che è l’Unità, può equipararli ai reati ben più gravi di cui sono accusati alcuni suoi esponenti, senza contare la banda dei verdiniani di cui sono alleati.

Io non amo il movimento cinque stelle per certe sue sterzate a destra, perché non amo Grillo politico e non sono un fautore del pensiero unico. Considero l’espulsione di Pizzarotti un atto di puro masochismo politico, un regolamento di conti interno fatto nel momento più sbagliato possibile. Ma la storia del movimento, dalla legge sulle unioni civili, ai famosi dialoghi con Bersani, alle epurazioni, è una storia di clamorosi errori politici.

Non mi interessa quindi difendere i due amministratori grillini se non per sottolineare come il Pd e i suoi elettori continuino a individuare pagliuzze di colpe negli altri e a ignorare la trave di colpe che pesa sulle loro teste.

Il Pd oggi, non ha avversari, basta vedere come la destra radicale cattolica è riuscita a trasformare in un trionfo l’approvazione di una legge sulle unioni civili frutto di compromessi al ribasso, rabberciata e incompleta. Se niente niente l’uomo che non è stato eletto percepisce la possibilità di una sconfitta, come nel caso del  referendum sulle trivelle, allora gioca sporco. E ha culo, perché se il petrolio a Genova fosse fuoriuscito un giorno prima, saremmo qui a fare altri discorsi.

Questa totale assenza di avversari credibili, l’impressionante macchina propagandistica a sua disposizione, la totale assenza di etica politica e di pudore da parte di questo governo, non lasciano ben sperare per il referendum costituzionale che l’uomo che non è stato eletto da nessuno ha trasformato in un plebiscito sul suo governo. Nonostante ne vada del futuro della democrazia nel nostro paese.

Vediamo allora quali sono i dati del suo governo:

– Politiche del lavoro: aumento della disoccupazione giovanile, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione generalizzata in tutti i settori con la bella trovata dei voucher, nessun piano industriale, nessuna sterzata verso le energie rinnovabili, politica favorevole alle lobbies e alle multinazionali, delegittimazione del sindacato. D’altronde il governo è formato da esponenti delle principali lobbies di potere italiane, di quel capitalismo familistico e reazionario che è da decenni la palla al piede del paese.

– Politica estera: semplicemente ridicola. Non c’è nemmeno da elencare tutti i fallimenti che fin qui l’Italia ha collezionato.

– Scuola e istruzione: definire disastrosa la riforma della Buona scuola è dire poco come lo è definire dilettantesca l’organizzazione del concorso in atto. Il governo ha solo perfezionato la destrutturazione della scuola pubblica, foraggiando come i suoi predecessori, ignorando la costituzione e il buon senso, la scuola privata. Last but not least, il bonus sul presunto merito dei docenti: invece di  aumentare i fondi d’istituto nelle scuole, invece di fare sì che quei soldi vadano a chi lavora con i ragazzi e per i ragazzi, il governo ha trasformato le scuole in arene e i docenti in clientes, anche in questo caso senza alcun motivo valido. Di tutto il resto, parlerò più avanti.

– Politiche sociali: droga? Non esiste. Disagio giovanile? Non pervenuto, a meno che non pensi di risolverlo mandando i diciottenni a vedersi qualche concerto, alcool? E’ legale, no? Stranieri: la disorganizzazione allo stato dell’arte, una finta emergenza trasformata in emergenza vera, un manifesto di incapacità politica. Sicurezza? Aahahaha!

– Welfare: per quello che non è mai stato eletto è una brutta parola, da eliminare al più presto possibile. Gli idioti che godono oggi per come vengono trattati gli insegnanti, vedremo se rideranno ancora quando toccherà alla sanità e alle pensioni.

Potrei andare avanti ma il gioco diventerebbe stucchevole. Andava tutto bene prima che arrivasse al potere l’uomo che non è mai stato eletto? No, andava tutto male, ma è stato lui a dire che avrebbe cambiato il paese. E’ stato lui a lanciare proclami e fare promesse è stato lui, con un atto di rara viltà politica anche in un paese che non brilla per cuor di leoni, a far le scarpe al suo predecessore perché troppo lento e inadatto alla politica del fare.

Bisogna dire che una promessa l’ha mantenuta: il paese l’ha cambiato, in peggio. E continua a farlo a pezzi mentre i compagni sono occupati a prendere in giro i pentastellati.

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La scuola devastata

 

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Se si può imputare un grave colpa a questo governo, e a parere di chi scrive se ne possono imputare parecchie, è certamente la riforma della scuola. Un anno fa, in questo spazio, prevedevo i danni che avrebbe procurato e le previsioni si sono rivelate esatte.

Basta considerare cosa sta succedendo in questi giorni con la presunta valutazione del merito: commissioni impegnate a stabilire criteri che non siano oggetto di ricorso e che si inventano le categoria più assurde come l’autorevolezza o la disponibilità, quasi fossero misurabili oggettivamente e quindi soggette a indiscutibile giudizio. Dirigenti che si affannano a inserire nella graduatoria del merito il proprio cerchio magico, altri che esercitano arbitrariamente il proprio (presunto) potere,  altri ancora che provano a usare equilibrio e senso della misura, rammaricandosi di questa nuova e surreale incombenza piovuta sulle loro spalle. Le indicazioni del governo? Il bonus non va attribuito a tutti ma neanche a pochi. Stop.

Nei corridoi delle scuole i coltelli volano ad altezza d’uomo e chi si disinteressa della questione e continua a portare avanti il proprio lavoro, fortunatamente moltissimi, viene guardato con sospetto o apostrofato malamente per il proprio distacco da gente che non ha mai fatto un giorno di sciopero se non coincideva con un viaggio organizzato.

Non parliamo poi dei sindacati, che si affannano ad affermare che il bonus è oggetto di contrattazione, senza chiedersi quanto sia moralmente giusto che chi è stato eletto per tutelare i lavoratori contribuisca a decidere a chi deve andare l’elemosina di stato e a chi no.

Il governo Renzi ha trasformato i luoghi della cooperazione e del lavoro condiviso in piste per una corsa di bighe e questo è semplicemente vergognoso.

Purtroppo, quella reazione che la categoria ha avuto a Giugno e che i sindacati non sono riusciti a cavalcare, per debolezza oggettiva, incapacità e tutela di sacche di potere, è in mano a chi non trova miglior espediente per esprimerla che una retorica vecchia e vuota che fa il paio con la retorica del magnifico trio Renzi-Faraone- Giannini, più simile ai bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo che al trio Lescano.  Sono stanco di leggere la nostalgia per una scuola che non è mai esista perché, esclusi i primi anni della Repubblica e il ventennio fascista, non ha mai rappresentato un priorità per il governo ma una spiacevole incombenza.

La scuola non era perfetta prima della riforma, ma la riforma non ha risolto i problemi vecchi e ne ha aggiunto di nuovi, questa è la verità. La riforma ignora totalmente la formazione dei ragazzi, il mestiere dell’insegnare, l’etica del lavoro di chi, quotidianamente si siede ogni mattina alla cattedra per dare corpo e voce alla Costituzione.

Ha invece aggravato la già kafkiana burocrazia, ha sdoganato il servilismo e, l’abuso di autorità, ha aumentato a livelli insostenibili la conflittualità interna e la competizione, ha cercato di mettere la museruola e il guinzaglio a una categoria che, per fortuna, ha letto Il potere dei senza potere  di Havel e conosce il potere eversivo del lavoro ben fatto.

Il 20 maggio spero che siano loro, quelli del lavoro ben fatto, a svuotare le scuole e a riempire le sale delle assemblee chiedendo ai sindacati di avere qualcosa che fino adesso è mancato nel contrasto alla riforma: il coraggio.

Il ministro Giannini non capisce, le capita spesso, il motivo di questo sciopero a fronte dell’ennesima oceanica ondata di assunzioni annunciata.

Sarà forse che siamo stufi di farci prendere in giro? Sarà che abbiamo il contratto bloccato da sette anni e il governo è già stato condannato per questo dalla Corte Costituzionale? Sarà che le scuole sono ancora piene di precari e il governo continua a dimenticare il personale Ata, tranne quando si tratta di diminuirlo? Sarà che gli insegnanti di sostegno cambiano due o tre volte nel corso dell’anno, con grave danno per gli alunni, perché non si sanno stilare le graduatorie?  Sarà che da settembre, con l’assunzione diretta da parte del dirigente, il clientelismo diventa legge e noi diventiamo tutti precari? Sarà che la legge sulla sicurezza in moltissime scuole viene regolarmente derogata? Sarà che il governo ha creato ambiti territoriali assurdi per limitare la mobilità interna  e ha costretto senza alcun motivo centinaia di insegnanti a cambiare regione bandendo quest’anno il concorso nelle regioni di partenza? Sarà che il governo ha finanziato la lotta fratricida per il merito a scapito dei fondi d’istituto che vanno usati per lavorare con i ragazzi?

Ha idea il ministro del modo in cui è stato organizzato il concorso che si sta svolgendo in questi giorni? Esattamente come il ministro e i suoi sodali hanno gestito la riforma: nel modo peggiore possibile.

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L’antimafia (che non fa notizia) dei ragazzi del ponente

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Lunedì si ricordava la morte di Peppino Impastato. Credo che se tra tante celebrazioni avesse trovato il tempo di dare un’occhiata allo splendido auditorium di Cornigliano, avrebbe approvato quello che stava succedendo. Più di cento ragazzi, provenienti dagli istituti comprensivi di Cornigliano e di Pegli, in realtà quelli che hanno lavorato al progetto sono più del doppio ma abbiamo dovuto fare i conti con lo spazio a disposizione,  due quartieri che sono due mondi a sé stanti ma che i ragazzi, lunedì mattino, hanno unito in un no alle mafie declinato con fantasia e tenerezza.

Disegni,canzoni, video, giochi didattici, striscioni, poesie, racconti, sono i prodotti di un anno di lavoro sulla legalità e la lotta alle mafie, il risultato concreto di quel codice etico proposto da Libera che dieci istituti comprensivi hanno adottato nella nostra città. Un particolare ringraziamento va a tutto il personale del Centro civico che, con cortesia e disponibilità, ha allestito la sala alla perfezione.

I ragazzi delle due scuole si sono applauditi, incoraggiati, incitati a vicenda, superando l’emozione inevitabile, di fronte a una sala gremita anche grazie alla partecipazione dei genitori. Così, i ragazzi di un quartiere residenziale e quelli di un quartiere ai margini si sono trovati uniti da importanti valori condivisi, hanno scoperto di poter camminare insieme, gli uni accanto agli altri, sulla strada dell’onestà, della legalità, dell’opposizione a qualsiasi forma di prevaricazione e violazione dei diritti civili.

Gli insegnanti che li hanno accompagnati in questo percorso hanno lavorato con grande dedizione e spirito di servizio, non per il bonus che occupa le cronache scolastiche in questi giorni, ma per fare la differenza, per rendere consapevoli i ragazzi che non c’è nulla che ci faccia sentire in pace con noi stessi come fare la cosa giusta. Non erano presenti tutti gli insegnanti che hanno lavorato al progetto perché alcuni sono rimasti a scuola ma il loro contributo è stato indispensabile per la riuscita del progetto.

Sono intervenuti all’incontro il presidente del Municipio medio Ponente Giuseppe Spatola, la segretaria regionale della Cisl scuola Genova e Tigullio  Monica Capra, il parroco don Robotti, la referente provinciale di Libera Chiara Volpato e il referente  regionale di Libera, Stefano Busi.

Gli interventi di tutti si sono distinti per senso della misura, concisione ed efficacia, forse stupiti da quegli adolescenti che li ascoltavano attenti e in silenzio.

E’ stata una grande giornata di scuola a cui, chi scrive è stato orgoglioso di partecipare, è stata una giornata che, a mio parere, ha indicato la strada che la scuola dovrebbe percorrere: aprirsi al mondo, non aver timore di affrontare temi importanti, perché i ragazzi, se seguiti, capiscono spesso più di noi, lavorare per unire e cancellare le differenze di razza, religione, censo, differenze che per i ragazzi non esistono. Così si forma la coscienza civile e lo spirito di cooperazione, così si fa scuola.

Purtroppo nessuno ha risposto al comunicato stampa che Libera ha inviato a tutti i giornali: forse una bella giornata di scuola non fa notizia, o forse è un sintomo preoccupante di quella rimozione del fenomeno mafioso che è caratteristica della nostra città. Ma non importa: l’impegno di Libera nelle scuole di Genova continuerà con rinnovato impegno, come continuerà  il lavoro sul Codice etico che Lunedì non ha trovato un punto d’arrivo ma un nuovo punto di partenza.

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Libera: formarsi sulle mafie e ritrovare l’entusiasmo.

 

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Una quarantina di insegnanti riuniti in un quartiere complicato ad ascoltare e interagire con i qualificati formatori di Libera che spiegato le mafie e le azioni sociali che si possono individuare per contrastare il fenomeno. Tutto questo un sabato di Maggio per otto ore filate.

E’ successo sabato a Genova, ma si è ripetuto molte volte quest’anno in varie città d’Italia, senza contare l’incontro nazionale di Abitare i margini, così si chiama il corso di formazione di Libera, che vede ogni anno 100 insegnanti provenienti da tutta Italia riunirsi per tre giorni ad ascoltare. dialogare, proporre.

Questi sono alcuni degli insegnanti italiani, tanto diversi dalla narrazione ufficiale, che li vuole demotivati, stanchi, vecchi e da rottamare. Se adeguatamente stimolati, se trovano un senso e una utilità pratica in quanto viene loro proposto, se non gli si propina propaganda ministeriale,.gli insegnanti riaccendono l’interruttore dell’entusiasmo e trovano nuove motivazioni, voglia di mettersi in gioco, idee e strategie che vadano a vantaggio dei ragazzi. Non importa se devi sacrificare un pomeriggio di sole a confrontarti con gli altri e se quello che metti in campo comporterà un aggravio di lavoro per prepararlo, è il nostro lavoro e riscoprire che dentro di noi brucia ancora un po’ di sacro fuoco, che non siamo ancora “normalizzati”, che il nostro unico scopo non è accaparrarci l’elemosina del bonus ministeriale, è come aprire la finestra e respirare aria pura.

Libera ha un rapporto privilegiato con la scuola, perché ha compreso quello che né l’assurda burocrazia scolastica, né l’apparato ministeriale, nè, purtroppo, molte famiglie, riescono a capire: la relazione educativa, il rapporto tra un ragazzo/a e i suoi insegnanti, è fondamentale per la crescita dell’individuo come cittadino di domani, fornisce le coordinate per muoversi nel mondo, per comprenderne alcune dinamiche, per rendersi conto di quanto sia importante scegliere e non essere scelti, di quanto sia necessario, per essere liberi, che sia libero anche chi ti sta accanto. Solo agendo sulle nuove generazioni si riuscirà a cambiare davvero le cose.

La scuola è una comunità, gli insegnanti, che hanno la visione globale di una classe, sono istintivamente portati a ragionare non in termini individuali ma in termini di dinamiche collettive. E’ molto difficile,contrasta con lo spirito del tempo, far comprendere  a un genitore, per banalizzare il concetto, che è molto più utile e gratificante lavorare in una classe di alunni cooperativi, uniti, disposti ad aiutarsi che magari ottengono risultati medi nelle loro performances, piuttosto che gestire una classe di alunni magari eccellenti ma in perenne competizione tra loro e disposti a tutto pur di primeggiare.

Alla competizione va sostituito il concetto di responsabilità: sei più bravo? Aiuta gli altri ad esserlo, non essere autoreferenziale, sii solidale. Le classi migliori sono quelle in cui si attiva un meccanismo di sana emulazione: voglio essere come lui o come lei perché mi tende la mano, collabora,  mi fa capire dove sbaglio.

In questa ottica, l’insegnante non deve sedersi in cattedra a distribuire un sapere preconfezionato, ma mettersi in gioco, stimolare, rendere la materia scolastica attuale, viva, aprire le finestre della scuola sul mondo. Soprattutto deve saper ascoltare chi ha davanti, rispettarlo prima di pretendere di essere rispettato, guadagnarsi stima e fiducia giorno dopo giorno.

Discorsi che possono apparire quasi anarchici di fronte alla realtà di una scuola che la nuova riforma vuole sempre più competitiva e selettiva, dove sulla bocca di tutti circola una parola priva di contenuti sensati come “meritocrazia” e dove si sta erodendo quel comune sentire tra gli insegnanti senza il quale non c’è scuola.

Eppure ieri, dopo aver ascoltato gli interventi di alto livello dei relatori invitati da Libera, nonostante il quadro abbastanza sconfortante che è venuto fuori riguardo argomenti come la corruzione e il dilagare del potere delle mafie, durante il momento laboratoriale, questi discorsi nascevano spontanei, ci siamo riconosciuti tutti figli dello stesso desiderio di tornare a incidere sulla società,

Inutile negare che non tutti gli insegnanti sono così, altrimenti non sarebbero mai riusciti a devastare la scuola come hanno fatto, ma la consapevolezza che insegnanti così ci sono, che si impegnano quotidianamente nel loro lavoro credendoci, non con spirito missionario ma con onestà intellettuale, dovrebbe essere di conforto alle famiglie, alla comunità e perfino al Ministero.

Il nostro compito adesso è di non lasciar spegnere la scintilla che si è accesa ieri ma di alimentare la fiamma, progettare insieme, trovare una visione comune: e chissà che, così facendo,il prossimo anno non si riesca ad essere molti di più.

Essendo uno dei promotori della giornata di ieri, non posso che ringraziare Libera per la disponibilità dimostrata e per aver organizzato un incontro formativo di enorme spessore. Ieri, per l’ennesima volta, abbiamo dimostrato che sostituendo la narrazione dell’io con la narrazione del noi si possono ottenere risultati importanti. L’unica strada per cambiare le cose in questo paese, a parere di chi scrive, è questa.

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L’indignazione 2.0 o dell’incapacità di capire il senso delle cose

L’ondata di indignazione che si è scatenata in rete a seguito delle parole di Corrado Augias, a proposito della tristissima vicenda della piccola assassinata da un pedofilo, è l’ennesima dimostrazione della incapacità della gente di capire, di quanto il fraintendimento, in un paese culturalmente sempre più povero, sia all’ordine del giorno, di come la cultura televisiva della rissa sia ormai diventata patrimonio comune.

Augias, esattamente come anni fa fece Aldo Busi, non ha istigato né giustificato la pedofilia ma ha espresso un concetto scomodo su un argomento scabroso: affermando che la bambina si atteggiava nelle foto come se fosse più grande della sua età, voleva dire, credo, che evidentemente non c’era il controllo dovuto da parte della famiglia, mancavano quei punti di riferimento che fanno sì che un bambino debba essere un bambino e crescere con i tempi giusti, senza essere esibito, agghindato, esposto. Credo che volesse semplicemente porre l’accento sulla situazione di degrado, anche culturale,  in cui la povera vittima viveva.

Quello della sessualizzazione eccessiva dei bambini è un problema che abbiamo davanti agli occhi quotidianamente: basta guardare certe pubblicità, certe foto sui giornali, ma se appena qualcuno accenna a parlarne, si scatena il pandemonio. Sia perché l’argomento è indubbiamente scabroso e sgradevole, sia perché scatta quella dismissione collettiva di responsabilità che è comune quando accadono tragedie strazianti come quella della piccola.

E’ molto più tranquillizzante attribuire tutte le colpe al mostro piuttosto che indagare sul contesto in cui il mostro ha potuto agire, è molto più salutare, per il nostro equilibrio mentale, pensare che certe cose accadono solo agli altri, negli oscuri quartieri delle periferie.

Purtroppo non è così: gli abusi sessuali interessano tutte le fasce sociali e uno degli indicatori che permettono ai genitori più accorti dire rendersi conto che qualcosa non va, è proprio l’atteggiamento delle bambine abusate che, di colpo, in modo innaturale, si fa più adulto, in qualche modo si erotizza. Che poi Augias possa essersi espresso in modo incompleto o poco chiaro, che sarebbe stato più opportuno che questo discorso lo facesse uno psicologo o un esperto di abusi sessuali, questo è un altro discorso e una critica condivisibile.

Non ho letto purtroppo lo stesso sdegno alla notizia che il comune di Genova ha ridotto di un milione e trecentomila euro lo stanziamento dei fondi per i minori a rischio. Chi scrive si occupa, purtroppo, perché il suo lavoro dovrebbe essere solo quello di insegnare, sia di minori a rischio che di abuso, argomenti  spesso collegati e conosce benissimo le ristrettezze in cui si muovono i servizi sociali e il carico di lavoro assurdo a cui sono sottoposte le assistenti sociali. Tagliare ulteriormente i fondi significa creare sacche pericolose di disagio sociale, rendere più complicato il lavoro degli insegnanti che lavorano nelle scuole a rischio, porre solide basi per creare nuovi emarginati.

E’ il frutto di una politica sbagliata, che agisce per slogan demagogici, in questo caso tagliamo l’Imu, senza occuparsi delle conseguenze. ma è anche il frutto di un sentire comune ipocrita e silenzioso, che permette di tagliare senza colpo ferire sui più poveri, gli altri, quelli delle periferie dove nascono i mostri di cui parlavamo sopra.

Se si vuole una dimostrazione che il sistema in cui viviamo è basato sulla diseguaglianza, che non c’è nessun progresso nel paese, che la crisi non è lontana e che ormai da anni, vecchi e nuovi imbonitori, ci stanno raccontando solo bugie, basta guardare i bilanci dei comuni alla voce disagio sociale.

La verità è che i mostri sono generati dal sonno della ragione che ci fa indignare per le parole sbagliate e ci fa ignorare i fatti sbagliati.

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Un Primo Maggio con tante bandiere ma senza allegria

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Non c’era allegria oggi a Genova durante la manifestazione organizzata dai sindacati confederali per il primo maggio. Serpeggiava, tra i partecipanti, una sorta di rassegnazione, come se ci fosse la consapevolezza che scendere in piazza insieme fosse un rituale a cui ottemperare, ma privo di una reale utilità. Dovessi descrivere il sentimento dominante, direi che era quello di una malinconica rassegnazione.

La stessa è cosa è accaduta il 25 Aprile, in quello che, a parere di chi scrive, dovrebbe essere il giorno più importante dell’anno per tutti gli italiani che credono nella democrazia. Col corollario di un paio di piccoli episodi inquietanti. A Cuneo è stata impedita la tradizionale fiaccolata, con la scusa di tutelare la pulizia delle strade, preoccupazione che viene meno quando si organizzano sagre e “feste” dove si favorisce il commercio, a Genova il governatore ha tirato inopinatamente fuori nel suo discorso, la vicenda dei marò che, con tutto il rispetto per il difficile periodo che stanno vivendo e con tutto il rispetto per le loro vittime,non c’entrava nulla col 25 Aprile. Addirittura non ricordo dove, con buona pace della libertà d’espressione, si era proibito di cantare Bella ciao. Senza contare lo scioglimento per mafia del comune di Brescello, luogo simbolico  di una certa italianità positiva.

Piccoli episodi che un tempo avrebbero provocato titoli sdegnati sui giornali e oggi passano nella indifferenza più assoluta. E si sa che se un evento non interessa ai media, non esiste. Piccoli segnali inquietanti di disinteresse.

IL 25 Aprile e il 1 Maggio, sono feste legate strettamente tra loro: i lavoratori furono l’anima della Resistenza e nel corso degli anni hanno difeso con forza la democrazia e la libertà, che della resistenza sono figlie. Sono feste popolari nel senso più nobile del termine e sono feste nazionali, perché questo paese nasce dalla Resistenza ed è fondato sul lavoro.

Per chi come me è nato e cresciuto respirando quei valori, ha parlato con i partigiani, ha seguito le lotte  le conquiste operaie, il sentimento percepito oggi in piazza è stato particolarmente avvilente. Perché questo paese ha ancora bisogno dei lavoratori uniti e della loro forza, ha ancora bisogno di sindacati che tornino a essere portatori di valori, ha ancora bisogno di scendere in piazza per dire no a un potere sempre più ottuso, autoritario, lontano dalla gente.

Quello che non è stato nominato da nessuno ci ha risparmiato battute penose e retorica spocchiosa, in queste due giornate, e gliene siamo tutti grati, gli siamo meno grati del calo della speranza di ripresa del paese che si riscontra nei sondaggi oggi pubblicati da Repubblica e dell’aumento dei morti sul lavoro.

E’ colpa sua anche questa? Dirà qualcuno ironicamente, perché quello che non è stato eletto da nessuno, in genere, lo si difende così: con una battuta ironica, aggiungendo che quelli prima di lui hanno fatto peggio.

In questo caso i dati lo smentiscono: prima di lui erano migliori, con i proclami non si risana il paese e la deregulation nel mondo del lavoro, la caduta delle tutele dei lavoratori, la svalutazione dei sindacati e del loro ruolo di tutela dei diritti, hanno sicuramente favorito il dato tragico sui morti di lavoro, immagine orribile che dovrebbe essere un ossimoro e invece è una realtà del nostro paese da troppi anni.

Aggiungiamo a questo la corruzione dilagante nel paese, che quello che non è  stato nominato da nessuno continua a ignorare. Dalla corruzione traggono alimento le mafie, veleno che, su questo sono in  disaccordo con Saviano, non ha ucciso solo il mezzogiorno ma sta uccidendo anche il nord. Anzi, un virus che colpisce una popolazione priva di anticorpi, ha effetti molto più virulenti, anche se meno eclatanti a prima vista.

La corruzione toglie lavoro, la corruzione fa morire di lavoro: le mafie hanno lo zoccolo duro delle loro attività legali nelle imprese edilizie, dove si riscontra il più alto numero di vittime. Quindi sì, risponderei all’ironico pdellino, la responsabilità di quelle cifre è sua.

Oggi, in piazza, avrei voluto percepire rabbia, la voglia di rialzare la testa, il desiderio di riaffermare per l’ennesima volta che no, non ci stiamo a farci scippare della libertà, che il pugno dei lavoratori sarà sempre ben stretto di fronte a chi intende limitare la democrazia di questo paese.

E’ la rabbia che i sindacati, per via delle loro divisioni che oggi, per fortuna, sembrano essere state messe da parte, non hanno saputo sfruttare, incanalare, sublimare in richiesta forte e decisa di diritti.

C’è ancora tempo per farlo? Io credo di sì, ma è necessaria una grande alleanza della società civile, ritrovarsi attorno a pochi principi fondamentali condivisi e collaborare insieme per costruire un paese migliore. Soprattutto, è necessario che le persone oneste di questo paese, la maggioranza, invece di ritirarsi nell’astensionismo, invece di scegliere la facile via del qualunquismo o la strada indicata dal demagogo di turno, sia quello che non è stato eletto o il comico miliardario che fa finta di pensare ai poveri, tornino a impegnarsi.

Altrimenti, presto o tardi rottameranno anche il 25 Aprile e il Primo maggio, e, insieme a loro, la democrazia. Non importa quale dei due comici lo farà.

Buona festa dei lavoratori a tutti i lavoratori.

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