Archivia Aprile 2016

La mafia esiste ed è un problema

Il presunto coinvolgimento del presidente del Pd campano con il clan dei casalesi non fa altro che confermare l’allarme lanciato qualche giorno fa dalla commissione antimafia e ignorato dai più.

Rosy Bindi e i suoi colleghi hanno dichiarato che i legami delle mafie con la politica sono sempre più stretti e passano, spesso, per gli enti locali,attraverso la corruzione. la mafia esiste ancora, non è morta ed è un problema sempre più presente.

Se la gente avesse la memoria non dico lunga, ma normale, le recenti dichiarazioni di colui che non è mai stato eletto a proposito di magistratura e giustizialismo, alla luce di quanto sta accadendo oggi, suonerebbero non solo fuori luogo, ma sinistre.

Davigo e Di Matteo hanno dichiarato, con parole che non voglio definire forti ma semplicemente chiare, che la politica non ha gli anticorpi necessari per arginare la corruzione e ne abbiamo la prova evidente sotto gli occhi quasi ogni giorno.

Non passa  settimana senza che una notizia riguardante le mafie non appaia sui giornali: un comune sciolto al nord qui, arresti per associazione mafiosa là, un politico che si scopre referente di un clan o di una cosca qui e là.

Certo è che l’avviso di garanzia del presidente del Pd campano getta una nuova luce anche sull’elezione di De Luca e sulle voci che circolavano riguardo un presunto appoggio delle cosche, voci smentite con sdegno da quello stesso Pd campano che vede il suo presidente costretto a dimettersi.

Il problema è che la fantasiosa narrazione dell’Italia costruita dal colui che non è mai stato eletto e dai suoi servi sciocchi, non contempla le mafie come presenza stabile sulla scena politica del nostro paese, vero e proprio convitato di pietra di ogni sfida elettorale. Non contemplando le mafie, le si nega, le si ignora e poco si fa per contrastarle, questo nella migliore delle ipotesi.

L’intervista di Saviano di qualche giorno fa, in cui lo scrittore campano afferma di aver perso fiducia nella giustizia e nello Stato, è tristemente condivisibile ma parte da un errore di fondo: lo Stato non è la corte dei miracoli che ci governa, per fortuna lo Stato è ancora fatto da servitori fedeli, persone che quotidianamente cercano di svolgere nel migliore dei modi il loro servizio, spesso rischiando la vita o, più semplicemente, applicando quel principio di Havel secondo cui il lavoro ben fatto è l’unica forma di ribellione alla sopraffazione, all’arroganza del potere, alla corruzione. Quelle persone, caro Saviano, meritano rispetto e fiducia.

Quanto alla giustizia, se a rappresentarla sono i poliziotti che ironizzano con un tweet sul dramma dei profughi, gli stessi che applaudono l’assoluzione dei loro colleghi assassini, allora non è che la mia fiducia sia esattamente ai massimi livelli, ma per fortuna si tratta di una minoranza di miserabili che occupa le prime pagine dei giornali solo perché indossa una divisa. Per fortuna, magistrati e poliziotti sono altro da loro.

Le mafie dilagano dove il tessuto sociale è favorevole alla loro penetrazione, dove possono creare una rete di rapporti a tutti i livelli, dove ci sono persone disponibili a entrare in rapporto con loro. E’ per questo che lentamente ma inesorabilmente, stanno prosperando al nord e continuano a farlo al sud.

Tempo fa, colui che non è mai stato eletto, rispondendo a una affermazione di Saviano, disse in televisione che non esistono parti del territorio in mano alle mafie perché il tessuto sociale dell’Italia è sano. Mentiva sapendo di mentire o lui è proprio così? In un caso e nell’altro, c’è poco da stare allegri.

Non credo che questa informazione, asservita,prona al potere, sia in grado di assolvere a quell’opera di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica necessaria a contrastare fenomeni di questo tipo. O in questo paese si arriva a capire che la corruzione non è un male necessario, un peccato veniale che si può perdonare ma un delitto ai danni della collettività, il tradimento di un mandato popolare e dei principi a fondamento della democrazia, oppure ne usciremo mai, fino a quando nel baratro non ci saremo finiti, dopo aver tante volte camminato sull’orlo.

Io non credo che la società civile, il mondo associativo, il volontariato, possano da soli assolvere al compito di creare una nuova coscienza civile e non può farlo (anche se dovrebbe) questa scuola, dilaniata da un riforma insensata,deprivata della sua fondamentale funzione, ma bisogna comunque provarci, per non guardarsi allo specchio domani e sentirsi complici.

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Perché il Pd ha paura dell’Anpi?

Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

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Perché il Pd ha paura dell’Anpi?

Le polemiche di questi giorni tra alcuni esponenti del Pd e l’Anpi, rea di aver manifestato  la propria contrarietà al pacchetto di riforme costituzionali presentato dal governo che verrà votato nel referendum di Ottobre, caratterizzano questo 25 Aprile, insieme alle esternazioni del premier riguardo alla giustizia.

Su quest’ultimo punto voglio sottolineare come l’uomo che non è stato nominato da nessuno si è ben guardato dal controbattere le argomentazioni di Davigo e Di Matteo riguardo l’incapacità della classe dirigente di arginare la corruzione, polemizzando invece sulla lentezza dei processi e sul giustizialismo, termine incongruo e insensato, se ci riflettete con un minimo di attenzione. Ma ne riparleremo in un’altra occasione.

Quanto all’Anpi, alcuni deputati del Pd ritengono che non abbia il diritto di manifestare la propria opinione in quanto sarebbe  “come l’Avis” e quindi, evidentemente, priva di quella libertà d’opinione e di espressione che caratterizza, più o meno, tutti gli altri cittadini italiani. Ovviamente, colui che non è mai stato nominato da nessuno, si guarda bene dall’affermare direttamente simili idiozie, lascia che lo facciano i suoi servi sciocchi e il suo giornale, quell’Unità che ormai ha meno credibilità di del Giornale.

Perché il Pd ha paura di una parte della società civile con cui la sinistra ha spesso camminato fianco a fianco?

La risposta è sotto gli occhi di tutti: l’Anpi è custode di una memoria e portatrice di valori che questa classe dirigente, insieme a quelle che l’hanno preceduta da vent’anni a questa parte, ha tradito.

L’Italia di oggi non è certo quella che sognavano i ragazzi che, sulle montagne, rischiavano la pelle per cambiare il destino di questo paese. La Costituzione più avanzata del mondo è stata ripetutamente vilipesa e tradita, ogni volta che si sono fatti gli interessi di pochi a scapito di quelli di molti, ogni volta che si è cancellato un pezzo di stato sociale, ogni volta che si è scelto di intervenire militarmente in contese internazionali, ogni volta che non si è fatta giustizia.

Non è necessario leggere le statistiche di Amnesty International o quelle sulla libertà di stampa per capire che in Italia non c’è più una democrazia compiuta, se mai c’è stata nel paese di Gladio, della P2 e del terrorismo. Questo è un paese da cui, ogni giorno di più, provi l’irrefrenabile impulso di andare via, specie se sei povero e onesto.

L’Anpi continua quotidianamente, ostinatamente, testardamente a portare avanti la sua battaglia per la libertà, a farsi portavoce delle istanze dei più deboli, a resistere a uno spirito del tempo liberticida, menzognero e privo di valori, e per questo dà fastidio. Un conto per il Pd è essere contestato dal Cinque stelle o dalla destra fascista, un conto è essere contestato dall’Anpi: politicamente è molto peggio della finta fronda interna di una minoranza forse ancora più impresentabile della maggioranza che guida il partito. Quindi la querelle continuerà con colpi bassi, affermazioni demenziali e tentativi di normalizzazione di un’associazione che, in barba a chi vorrebbe dettarle i programma, cresce ogni anno di più.

Saviano ieri ha pronunciato parole pesanti affermando di non credere più nella politica e nella giustizia di questo paese, dicendo di poter confidare solo nella bontà del prossimo. Credo che siano parole condivise da molti che non devono, però, dare come risultato l’indifferenza, ma casomai spingere a un impegno maggiore, a un coinvolgimento più profondo nel cambiamento di una società civile che sembra anestetizzata, inerte, priva di volontà. Esiste un’altra società civile, Anpi, Libera, Gruppo Abele, Antigone, ecc. solo per citare alcuni nomi, viva, impegnata e per nulla disposta a scendere a compromessi o a rinunciare alle proprie battaglie. 

Questo 25 Aprile è la festa di chi crede che i valori stabiliti dai padri costituenti siano ancora attuali, necessari, fondamentali e meglio farebbe chi li sta demolendo a restare a casa, invece di sommergerci di fastidiosa e inutile retorica. Questo 25 Aprile è ancora la festa della resistenza e della memoria, il giorno in cui si rende onore a uomini e donne che hanno messo da parte le differenze ideologiche per unirsi nella battaglia contro chi aveva cancellato la libertà. Questo 25 Aprile deve suonare come un monito a chi, quella libertà, la erode giorno dopo giorno.

Lo slogan del movimento no Global a Genova, nel 2001 era “Un mondo migliore è possibile”, abbiamo visto tutti come è finita, sono passati quindici anni e perfino i torturatori dormono sonni tranquilli nei loro letti. Ma io continuo ancora a credere che un mondo migliore, più giusto, più democratico, sia possibile.

Diceva Pavese che l’Italia è un paese fascista e sempre lo sarà, per quanto si cerchi di cambiare le cose. Credo che sia compito di tutti noi provare finalmente a smentirlo.

Buon 25 Aprile.

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La brutta informazione

Potrei cominciare smontando,punto per punto, l’osceno articolo apparso oggi su Repubblica che fa un bilancio sulla riforma scolastica. Una accozzaglia di cifre sparate a caso e di conclusioni probabilmente dettate, data la pessima grammatica, da uno degli uscieri del Miur.

Potrei continuare parlando del fatto che non ho visto titoli in prima pagina su nessun quotidiano sul fatto che in Emilia è stato chiuso il primo comune per mafia. Se non vado errato, quando Saviano disse che la mafia era ormai radicata anche al nord venne crocifisso. Capisco che tale notizia possa stonare, in un momento in cui quello che non è stato eletto da nessuno è tornato sulla scena con le sue esternazioni, sbeffeggiando gli ecologisti il giorno prima di una catastrofe ecologica, minacciando l’Europa e tornando per l’ennesima volta indietro con le pive nel sacco e insultando i  magistrati ricevendo una civilissima e stordente replica da Davico. L’uomo è indubbiamente un maestro nel dire la cosa sbagliata, nel momento sbagliato, riferita alle persone sbagliate.

Potrei infierire ulteriormente sottolineando come il presidente dell’Inps ha scoperto l’acqua calda sulle pensioni, l’avevano detto i sindacati al tempo della Fornero e ribadito un po’ di tempo fa ma, come è noto, quello che non è stato eletto da nessuno non ascolta i sindacati ma il grande delocalizzatore, che l’ha pensione ce l’ha assicurata all’estero. Potrei  andare più a fondo ed analizzare come pensano di risolvere il problema,cioè facendo intervenire le banche (ahahah!),ma sarebbe un po’ come sparare su un morto.

Potrei, essendo maligno, rimbeccare colui che non è mai stato eletto da nessuno sui trecento milioni sprecati per il referendum facendogli notare che lui e il suo senescente e indecoroso mentore hanno invitato il loro popolo eletto a disertare le urne (forse per non prendere l’abitudine a tracciare una croce ragionando con la propria testa) e che le spese del suo aereo da rappresentanza sono le più alte tra i leader occidentali, Stati Uniti compresi, per non parlare dei bonus elettorali che elargisce generosamente a spese nostre, dei falsi tagli alle tasse, ecc.Comunque la soluzione del problema è semplice: basta togliere il quorum a tutti i referendum tranne a quelli che propongono riforme sostanziali della Costituzione. Perché la Costituzione è fatta dai costituenti e non può cambiarla uno che non è mai stato eletto da nessuno, questo si chiama arbitrio. Arbitrio è una parola difficile, Fonzie non la dice in nessuna puntata di Happy days, ma aprire un libro a volte, magari per scegliere una bella e vera poesia di Borges da declamare davanti a una platea di docenti universitari argentini, può essere un utile esercizio.

Potrei, se fossi davvero cattivo, ricordare che, non solo il premier non ha mai detto una parola contro le mafie, ma sulla tv di Stato è stato intervistato il figlio di un boss psicopatico e pluriomicida che ha fatto l’apologia di cotanto padre e che, in precedenza, erano stati intervistati, sempre dallo stesso giornalista amico degli amici di quello che non è mai stato eletto da nessuno, i parenti di un boss per cui è stato organizzato un funerale degno di don Vito Corleone.

Ma perché infierire quando questo paese di merda è al 77° posto nella classifica della libertà di stampa? A volte un semplice numero dice più di tante parole.

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L’arroganza dei piccoli uomini

Che dire dell’amico del premier che ironizza su twitter per il quorum non raggiunto?

E che dire del premier che, invece di valutare che la gente che ha votato è più di quella che gli diede il successo alle europee, canta vittoria con la consueta arroganza e accusa demagogicamente gli avversari di demagogia?

Il governo ha barato: ha preferito sprecare 300 milioni di euro e rotti piuttosto che accorpare il quesito referendario alle amministrative, consapevole che i sì avrebbero stravinto, ha imposto un silenzio stampa e televisione senza precedenti e adesso gioisce di una vittoria che ,a guardare i numeri, vittoria non è, ma un segnale preoccupante di perdita di consenso.

Come sempre accade, chi vince dipinge il quadro con i colori che preferisce. ieri la democrazia del nostro paese ha incassato l’ennesima sconfitta, non la più grave, a dirla tutta, ma significativa. Se si può imparare una lezione da quanto è accaduto  è che bisogna spingere  perché, in un’epoca in cui vota sempre meno gente, il quorum venga eliminato. Questo provvedimento darebbe un nuovo significato al referendum significato che, negli ultimi anni, è andato sbiadendo. ma è una riforma che non interessa a un premier non eletto, che ha ideato una legge elettorale fotocopia della precedente perché la gente continui a non scegliere e lui a circondarsi della sua corte dei miracoli.

Ben altro valore per il futuro della democrazia del nostro paese avrà un’altra partita a carte truccate: quella del referendum costituzionale. Lì non c’è quorum, quindi una minoranza potrebbe decidere di dare una svolta autoritaria al nostro assetto istituzionale, consegnando il potere nelle mani di uno ed eliminando un organo di garanzia importante e voluto dai padri costituenti proprio per evitare derive autoritarie.

Sono certo che, in quell’occasione, giornali e televisioni ci bombarderanno di informazioni, assolvendo non alla loro funzione di servizio pubblico, cui ormai hanno rinunciato da tempo, ma a quella che più gli si confà, di cortigiani.

Sull’arroganza e sulle espressioni da bambocci viziati degli accoliti del premier non vale la pena di spendere altre parole. Quando non ci sono più giganti, sono i nani che tentano furbescamente di salire sulle loro spalle, ma come diceva Montaigne: Puoi essere il più potente sovrano del mondo ma sei sempre seduto sul tuo culo.

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Il piacere dell’inutilità- Andate a votare.

“Non vado a votare perché è inutile” è una frase che si è sentita ripetere spesso in questi giorni, sui social e sui giornali. Io la trovo terribile, una resa al sistema in cui viviamo, la rassegnazione di fronte a una democrazia sempre più limitata, i cui gestori sono sempre meno controllabili. Chi non sceglie è complice di chi comanda, specie se chi comanda invita a non scegliere. Anche se voi vi credete assolti…

MI chiedo cosa penserebbero di quella frase quelli che per darci il diritto di esprimere le nostre opinioni, anche quelle “inutili”, che inutili non sono almeno in questo caso, hanno dato la vita. Se non altro, per rispetto a loro bisognerebbe andare a votare ed è semplicemente vergognoso che il presidente del Consiglio ed un ex presidente della Repubblica invitino a non farlo, perché loro, di quella memoria, dovrebbero essere gli eredi e proprio quei diritti pagati col sangue a loro hanno permesso di acquisire denari, privilegi e benefici di cui i cittadini normali non godono.

L’indecoroso editoriale  odierno di Scalfari su Repubblica, che dichiara come del referendum non importa nulla alle regioni che non hanno il mare, come se il territorio nazionale fosse diviso in lotti, come se non si possa avere a cuore la tutela dell’ambiente o a un Lombardo non possano stare sulle palle le lobbies del petrolio, l’assenza totale di commenti su un risultato di affluenza che lascia ben sperare, testimonia la paura dell’apparato, ola paura che la gente si stia svegliando e abbia capito che il re non solo è nudo, ma ce l’ha anche piccolo.

Votare è un atto di libertà e in un paese in cui si può pestare a morte un ragazzo fermato in galeraa, mettere a ferro e fuoco un città torturando e massacrando di botte degli innocenti, scardinare quanto la Costituzione dice sulla scuola, affermare impunemente che un capitalista becero che ha pensato solo a delocalizzare per sfruttare i lavoratori stranieri come non può più fare con gli italiani è meglio di un sindacalista, distruggere lo statuto dei lavoratori, distruggere, giorno dopo giorno, lo Stato sociale e farla franca, anche di un semplice, piccolo gesto di libertà inutile abbiamo bisogno.

Per ricordarci che se si vogliono cambiare le cose la parola “inutile” non esiste.

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Le polemiche di chi non capisce

stoptriveòòe

 

Premessa doverosa: sono un attivista di Libera ma in questo spazio parlo a titolo personale.

Leggo piuttosto esterrefatto i commenti  a un post su Facebook di Libera che dichiara la presa di posizione dell’associazione per il sì.

Intanto c’è il solito equivoco di fondo: Libera non si occupa solo di lotta alle mafie, non tutto quello verso cui dichiara la propria contrarietà è mafioso. Certo la lotta alle mafie è prioritaria, dal momento che condiziona pesantemente la vita sociale ed economica nel nostro paese e che, specialmente al nord, il tema è poco sentito, ma Libera è una rete di associazioni che si occupa di legalità a tutto tondo, di rispetto dei diritti civili e anche di tutela dell’ambiente, con l’ambizione di riuscire, col tempo, a generare una nuova coscienza civile nel nostro paese.Libera nasce con la volontà di ricordare le vittime di mafia perché la memoria diventi strumento di cambiamento.

Personalmente, non nascondo che vorrei che LIbera fosse più netta, a volte,  nelle sue prese di posizione ma capisco le ragioni di fondo che portano una grande rete di associazioni a dover mettere tutti d’accordo e mi adeguo.

I commenti francamente incomprensibili che criticano la presa di posizione  sul referendum trivelle, da quelli che chiedono se Libera considera i petrolieri mafiosi (Libera sicuramente no, io, personalmente, ho parecchi dubbi in proposito), a quelli che l’accusano di essersi venduta ( a chi, poi ?), da chi invita a smetterla di influenzare l’opinione pubblica perché sull’argomento c’è troppa ignoranza (dimostrando che è vero), a chi ritiene che Libera si accoda a chi fa demagogia e disinformazione.

E’ lo specchio deprimente di un paese che  sostituisce lo scontro al dialogo, la polemica vacua al ragionamento, la contrapposizione al confronto.

Personalmente ritengo che il referendum vada votato, non raggiungere il quorum significherebbe  un altro deficit di democrazia in un paese che ha già parecchi record nel campo.

Quanto alle ragioni di Libera nell’appoggiarlo, basta andare sul sito e leggerle. Le lobby petrolifere non sono esattamente costituite da brave persone, se è vero che per ottenere concessioni corrompono ammiragli e amici di ministri in paesi come il nostro, uccidono e devastano in paesi con democrazie meno forti o inesistenti. Basta ricordare la storia di Ken Saro Wiwa e della Shell messa sotto processo, per dimostrare che non sto facendo né demagogia né disinformazione. Dunque limitare il loro enorme potere mostrando che una nazione, democraticamente, può decidere di farlo, mi sembra una necessità, visto come stanno andando le cose nel nostro paese.

In secondo luogo, la difesa del territorio, la tutela dell’ambiente e il contenimento dei mutamenti climatici, sono tutti argomenti che in qualche modo fanno da sfondo al referendum,  temi troppo poco discussi che riguardano noi e il futuro dei nostri figli. L’Italia è un paese dove la devastazione del territorio è giunta a livelli assolutamente inaccettabili. E’ paradossale che mentre la corazzata d’Europa. la Germania, paese molto più ricco di risorse del nostro, da tempo ha virato verso le energie sostenibili, nel nostro paese ci sia un appiattimento sulle energie fossili. Diciamo che il recente caso Guidi ci ha dato un’idea sul perché questo accada.

Cementificazione, inquinamento, traffico di rifiuti tossici, desertificazione progressiva di vaste zone del territorio, pescosità dei mari ridotta ai minimi termini, sono solo alcune delle emergenze ecologiche del nostro territorio, emergenze ignorate di cui troppo spesso ci si ricorda quando accadono tragedie.

Il referendum serve anche a riportare l’attenzione sui rischi per l’ambiente e sulla necessità di tutelare il nostro territorio.

Tutto questo è coscienza civile e dunque è per questo che Libera e le associazioni che ad essa fanno capo invitano a votare sì.

Detto questo, io non considero chi voterà “no” un servo dei petrolieri o un Attila che vuole devastare il nostro paese, ma solo uno che ha un’opinione diversa. Posso provare a discutere con lui per cercare di fargli cambiare idea, se è disposto al dibattito, o restare io dalla mia parte e lui dalla sua, senza insulti, senza insinuazioni insensate, senza polemiche. I risultati daranno un vincitore e uno sconfitto, se vincerà l’astensione, avremo perso tutti.

L’importante è che il voto sia consapevole e informato, mai come oggi gli strumenti per informarsi sono a portata di mano di chiunque.

Informarsi, confrontarsi, votare: è qualcosa a cui non siamo più abituati nel nostro paese, sia chiama democrazia.

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Solo la scuola può salvarci

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Due notizie: la prima oggi su Repubblica, in prima pagina: 500 minori nelle carceri a rischio  di arruolamento tra i fondamentalisti islamici. La seconda è di qualche giorno fa: genitori e studenti contestano violentemente la preside del Liceo Viriglio di Roma per aver fatto arrestare uno studente che spacciava hashish.

La prima notizia riguarda uno dei fenomeni più nascosti e sottovalutati che colpiscono la scuola italiana: l’abbandono scolastico. L’abbandono scolastico è a livelli molto alti in certe zone del paese e preoccupanti in altre. Riguarda alunni stranieri e italiani ed è   un fattore che ha un’incidenza sociale rilevante.

Il ragazzo che abbandona la scuola spesso non ha una famiglia dietro le spalle, vive in condizioni di necessità e diventa, sia per fattori legati all’età sia per fattori oggettivi, facile preda delle organizzazioni criminali, in particolar modo in quell’ambito dell’illegalità, caro alle mafie e al terrorismo,  che è lo spaccio di droga.

Una scuola selettiva e premiale, la scuola di Renzi. Faraone e Giannini, è orientata a limitare l’abbandono scolastico? A parole, sì, nei fatti, lo favorisce.

Ragazzi con bassa autostima e una storia scolastica spesso fatta di incomprensioni e contrasti, non sono certo i candidati più adatti a competere, sono i perdenti istituzionali, le mele marce da scartare nel cestino dei “migliori”.

Sono recuperabili questi ragazzi? O effettivamente perdere tempo e risorse per cercare di aiutarli è inutile? La mia esperienza personale, che non è certo un campione statisticamente valido ma rappresenta comunque un’opinione, mi dice che sì, con pazienza e fatica, questi ragazzi si potrebbero recuperare. Era difficile fino a ieri, diventa difficilissimo oggi, in scuole dove i docenti sono divisi e in competizione e questo stato di cose è destinato solo a peggiorare.

Eppure la scuola della Costituzione è una scuola inclusiva, che ha come compito quello di mettere tutti sulla stessa linea di partenza.

Il secondo episodio è emblematico riguardo al concetto di legalità vigente nel nostro paese; studenti e genitori contestano la dirigente, rea di aver applicato la legge. Parliamo di studenti e genitori benestanti, della classe dirigente di oggi e di domani.Questo episodio spiega molte cose dell’Italia di oggi.

Io credo che i ragazzi debbano essere educati a riconoscersi in un nucleo di valori fondanti e condivisi, come la solidarietà, la cooperazione, il riconoscimento dell’altro, di cui la legalità è l’apice. Se non vogliamo che la mafia e il terrorismo continuino a fare adepti, è necessario che i ragazzi vengano educati a diventare cittadini onesti, alieni da quelle devianze “adulte” come l’intolleranza, il razzismo e la corruzione.

E’ un lavoro difficile, specialmente in una società che non premia i comportamenti onesti, che non getta il dovuto discredito sociale sui corrotti e i malversatori, in un paese dove mafiosi e assassini compaiono in televisione alla stregua di commentatori e ospiti speciali.

E’ un lavoro difficile anche perché le indicazioni del governo vanno in tutt’altra direzione, ma è un lavoro che gli insegnanti possono e devono fare.

Il futuro di questo paese passa dalla scuola, dall’azzeramento della dispersione scolastica, dall’inclusione e dalla condivisone di percorsi comuni con chi proviene da altre culture. Se riconosco l’altro non come diverso ma come simile, se i suoi valori sono anche i miei valori, diventa improbabile che possa pensare di ucciderlo.

Non è un discorso troppo difficile, ma oggi, in Italia, sembra complicatissimo.

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Quei cento passi ancora tutti da fare

 

peppino impastato

La squallida partecipazione del figlio di Riina allo squallido programma di Vespa, avrebbe potuto, suo malgrado, avere un senso, qualora avesse dato luogo a una serie di riflessioni sul fenomeno mafie, sull’ allarmante penetrazione al nord della ‘ndrangheta, su come la Camorra occupa il territorio in Campania, sui rapporti tra le mafie nostrane e i cartelli sudamericani, ecc.ecc.

Nulla di tutto questo invece è apparso sui giornali: solo polemiche giustificate dalla gravità del fatto ma portate avanti, dai non addetti ai lavori, come se la comparsa di Riina jr. in tv fosse un fastidioso retaggio di un passato da dimenticare.

Questo paese non vuole o non riesce ad afferrare quanto le mafie riescano a incidere sul normale tessuto democratico, già indebolito da una politica trasformata sempre più in una partita tra affaristi e quanto la loro penetrazione influenzi e possa toccare la vita di ognuno di noi.

Due giorni fa Raffaele Cantone, che le mafie le conosce bene, ha fatto un’affermazione terribile: la sanità è un crocevia di delinquenti di ogni risma.

Tradotto significa che uno dei diritti fondamentali di ognuno di noi, quello alla salute, può essere messo a rischio da una fornitura medica scadente, da un primario assunto non per merito ma grazie alle sue conoscenze, da una partita di medicinali taroccati. E’ noto l’aneddoto di quel boss mafioso che, chiamato dalla moglie perché il figlio aveva avuto un incidente, prima di portarlo al pronto soccorso le ha chiesto di informarsi su chi fosse il medico di turno, nel timore che potesse trattarsi dell’incapace che lui aveva fatto assumere.

Questo è il paese in cui viviamo e l’indifferenza con cui le parole di Cantone sono state accolte, la mancanza di approfondimenti adeguati dopo la trasmissione di Vespa, dimostrano che siamo ancora ben lontani dal compiere i cento passi di Peppino Impastato, bussare a quella porta e chiedere di levare il disturbo. Se le tante librerie  che espongono il cartello in cui annunciano di non voler vendere il libro di Riina sono un segnale incoraggiante, non lo è il fatto che non l’abbia fatto il novanta per cento.

Finché la mafia non diventerà un problema di coscienza per tutti, finché il discredito sociale verso la corruzione, di cui la mafia si nutre, non sarà alto e duro, finché non ci sarà la consapevolezza che nessuno è escluso dal fenomeno, che se si muore per un colpo di pistola in Campania si può morire per un’operazione in Lombardia o per un’esalazione di rifiuti tossici in Liguria o per il crollo di una casa costruita male in Piemonte, finché non troveremo il coraggio, tutti quanti, non di protestare contro Vespa ma di spingere fino a far cacciare quelli come Vespa che con la mafia giocano, i politici che ricevono i voti, gli imprenditori che con la mafia si accordano, le possibilità di questo paese di ricominciare saranno sempre vicine allo zero.

Ci sono segnali inquietanti e la trasmissione dell’altra sera è solo uno dei tanti: certi articoli di giornale, approssimativi e inesatti, attaccano con titoli che vogliono destare scalpore l’antimafia, sono in uscita due libri, su cui non esprimo giudizi perché non li ho letti, ma di cui posso immaginare il tenore, sullo stesso argomento, last but not least le infami parole del fidanzato della Guidi su Rita Borsellino e gli altri figli di vittime della mafia, che tradiscono un sentimento di fastidio diffuso in certi ambienti., . Senza tirare fuori il famoso articolo di Sciascia, che probabilmente si rivolterà nella tomba nel vedere come vengono usate ed abusate le sue parole, le offensive contro chi quotidianamente studia e combatte contro le mafie, non hanno mai portato a nulla di buono in questo paese. Fermo restando, s’intende, il dovere di fare chiarezza dove ci sono zone d’ombra e facendo salvo il diritto di critica (non di calunnia o di menzogna).

E’ per tutto questo che, a mio parere, nelle scuole bisogna fare antimafia, bisogna istituzionalizzare l’antimafia e spingere affinché i ragazzi riescano a maturare una repulsione tale da unirli attorno al valore comune della lotta per la legalità.

Perché loro, i ragazzi, la la forza di fare quei cento passi e andare oltre per fortuna ce l’hanno, tocca a noi dare l’esempio.

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Il cinismo al servizio del boss

Non è una questione di pacificazione, né di revisione storica, la presenza del figlio di Riina a Porta a Porta è frutto del cinico calcolo di un ex giornalista che per rialzare l’audience non esita a giocare una carta truccata.

Non esiste diritto di cronaca né libertà di pensiero quando a parlare è la mafia. Remarque diceva che la guerra va diffamata, sempre e comunque, io penso che la mafia vada combattuta, odiata e avversata,sempre e comunque e che chi non lo fa sia un infame, nel senso letterale di “persona che non merita di essere nominata”.

Ai parenti di vittime di mafia, ne conosco personalmente due, uno è un amico di vecchia data,. un altro un amico recente, va non la mia solidarietà, che è scontata, ma la condivisione della rabbia, dello schifo e del sovrano disprezzo per chi ha ordito una operazione di livello così infimo.

Ma io credo che i primi a indignarsi, i primi ad alzare gli scudi e a rifiutarsi di avallare una simile porcheria, avrebbero dovuto essere i giornalisti. Il giornalismo, al di là degli improperi che rivolgo a questo o quell’editorialista da queste pagine, è mestiere nobile, al servizio della verità e della libertà di pensiero. Come possono i giornalisti televisivi e della carta stampata tollerare la placida arroganza del padrone del vapore e limitarsi a riportare la notizia senza chiedere che venga radiato dall’ordine chi ha fatto un tale affronto alla loro professione?

In Campania si muore di camorra ogni giorno, la presenza delle mafie nel nostro paese è soffocante, ieri Cantone ha sottolineato come la sanità sia ricettacolo di criminali d’ogni risma. Com’è possibile dare la parola a chi, lungi dall’esprimere l’ombra di un pentimento, mostra di aver assimilato le folli idee paterne e ha la faccia di recriminare sul fatto che un pluriomicida stragista marcisca ancora, giustamente, in galera? Com’è possibile fornire per due volte a parenti di mafiosi una vetrina da cui vomitare sugli italiani falsità, risposte ambigue e giustificazioni dell’ingiustificabile?

Forse il programma vuole dare un amano al premier che ama considerare la mafia un orpello del passato o almeno, è evidente che non la considera qualcosa di cui preoccuparsi, dal momento che non un passo ha compiuto il suo esecutivo per combattere questo male.

Eppure leggendo oggi i forum dei quotidiani, c’è chi difende questa scelta, chi interpreta la libertà d’opinione come libertà di menzogna, chi confonde l’infamia col diritto. Segno che stiamo perdendo il senso della libertà, la sua essenza più preziosa: quella di essere tale se non urta o limita la libertà del vicino. La presenza del figlio del capo della mafia in tv urta milioni di italiani onesti, centinaia di parenti delle vittime, migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, non è quindi libertà ma arbitrio.

Parecchi anni fa Sergio Zavoli, grande giornalista di tempra ben diversa dal piccolo uomo di cui stiamo parlando, portò in televisione i terroristi, in uno dei migliori programmi mai prodotti dalla Rai: La notte della Repubblica.

I terroristi intervistati spiegarono i motivi che li avevano condotti alla lotta armata e quelli che li avevano portati al pentimento: sui loro volti, nei loro gesti, si leggeva il tormento e la necessità di una confessione in pubblico dolorosa e catartica. Non cercavano giustificazioni, chiedevano perdono. Ci volle coraggio allora per fare quello che fece Zavoli, ma il programma era talmente ben costruito e tanta impressione fecero quello interviste, che nessuno poté negare la bontà dell’operazione. Operazione ben diversa dalla squallida trovata pubblicitaria da mentecatto descritta sopra.

Poiché è inutile cercare di parlare a Vespa di principi etici e rispetto, di senso del limite e misura, sarebbe forse il caso che chi di dovere, lo pensionasse o quantomeno, chiudesse la sua oscena trasmissione e gli desse una collocazione tale da nuocere il meno possibile.

Questo se ancora si vuole dare alla Rai l’etichetta di servizio pubblico, in caso contrario, cancelliamola e sostituiamola con l’etichetta di pubblica latrina.

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