Archivia Marzo 2016

Un 21 marzo diverso

vittime di mafia

E’ un 21 Marzo diverso quello che si va a celebrare domani, quando i volontari di Libera riempiranno le piazze di tutta Italia per ricordare le vittime innocenti di mafia.

Ho ancora sotto gli occhi le immagini dei tifosi cechi che umiliano una mendicante a Roma nell’indifferenza di tutti, dei muri costruiti in Ungheria, dei profughi che cercano disperatamente di passare il confine con la Macedonia, faccio fatica a contare i morti di camorra in Campania e mi chiedo se i nomi delle vittime innocenti di mafia non sarebbe meglio recitarli ogni giorno, a voce alta nelle strade, ossessivamente, un mantra che esorcizzi la violenza e l’indifferenza della nostra società.

Da volontario di Libera, provo spesso la sensazione di aver la pretesa di provare a vuotare il mare con un bicchiere. La mafia sembra diventato un problema secondario agli occhi dei più, perchè  ha fatto un salto di livello, perché ormai è organica alla politica e all’economia e non ha più bisogno, salvo eccezioni, di ricorrere alla violenza brutale. La mafia vera, il terzo livello, non è neppure la ‘ndrangheta che imperversa nel ponente ligure, o in Piemonte e Lombardia, la mafia vera bisogna cercarla nei consigli d’amministrazione, negli studi professionali, nelle sale della massoneria. La linea della palma di cui parlava Sciascia è ormai diventata una vera e propria foresta in cui rischiamo di soffocare.

La zona grigia ormai si è espansa a macchia d’olio e fa comodo a chi regge le fila puntare i riflettori sul funerale dei Casamonica o sulle madonnine che “salutano” la casa del boss in paese siciliano o calabrese piuttosto che su altre sfere d’influenza della mafia, più ampie e più direttamente collegate alla nostra vita.

Manca in questo paese la consapevolezza che le mafie sono un problema  comune, che ogni volta che entriamo in un centro commerciale sorto all’improvviso in mezzo al nulla, probabilmente contribuiamo a riciclare denaro sporco, che ogni volta che un ragazzo compra uno spinello finanzia degli assassini, ecc.ecc. Senza considerare la mala sanità, le case che crollano, le discariche clandestine, le piccole e grandi tragedie a cui siamo ormai abituati, che se non nascondono la mafia, nascondono la corruzione, che della mafia è sorella.

Viviamo ormai in una narcosi costante, un’indifferenza difficile da scuotere. Ci siamo abituati alla corruzione quotidiana, al razzismo quotidiano, all’inciviltà quotidiana, anche ai morti di camorra quotidiani, troppo presi a conservar i nostri agi o a polemizzare su argomenti di nessuna importanza, troppo storditi da una informazione drogata e da una televisione che con i suoi plastici e i suoi volti di plastica ha perso qualsiasi attributo a cui possano collegarsi le parole pubblico e servizio.

Serve ancora in questo panorama, riempire le piazze e gridare no a tutto questo? Serve ancora ricordare i nomi di chi ha perso la vita per senso del dovere, coraggio, o solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato? Io credo di sì, nonostante tutto, anche se non ho accolto con qualche dubbio l’istituzionalizzazione di questa giornata.

Io credo che questo paese non sia maturo, non abbia sufficiente coscienza e spirito civico, non sia pronto a cogliere l’importanza di questo giorno. Temo che istituzionalizzare il 21 Marzo porti, sin dal prossimo discorsi di comodo, passerelle, a trasformare questo giorno, il “nostro” giorno, il giorno dei parenti delle vittime di mafia, il giorno di chi crede e lavora per un paese migliore e più giusto, in una parata.

E’ già successo col 25 Aprile, quando ero ragazzo un giorno sacro, condiviso e solenne, oggi una data in cui sia accendono polemiche, pettegolezzi su chi c’è e chi non c’è, dibattiti sull’opportunità di continuare a celebrarla. Temo che possa accadere lo stesso, ma il timore peggiore è che si faccia passare il 21 Marzo come una celebrazione, il ricordo di una battaglia vinta, invece che lo sprone a continuarla la battaglia, ogni giorno.

Non sarò in piazza domani per via dell’assurda burocrazia scolastica, ma celebrerò lo stesso il 21 marzo con i miei alunni, cercando di fargli capire che la strada da fare è ancora lunga e una parte del cammino spetta a loro.

Mi spiace se qualcuno degli amici di Libera leggendo questo articolo ne resterà deluso, trovandolo forse troppo critico e poco celebrativo, ma quando, qualche giorno fa, ho letto l’invito di quel politico tedesco che raccomandava di non pensare agli occhi dei bambini, riguardo i profughi,e poi ho visto i risultati delle elezioni e ogni volta che leggo un nuovo articolo di Saviano, sempre più amareggiato, sempre più sarcastico e rassegnato, mi chiedo davvero se non ci stiamo solo illudendo, se davvero riusciremo a creare quella coscienza civile condivisa che conduca a un reale discredito sociale nei confronti della corruzione, del razzismo , dell’intolleranza, o se continueremo a ricevere consensi di comodo da parte di istituzioni che poi non daranno seguito ai loro sorrisi.

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Democrazia per ridere

renzi-pagliaccio

Le primarie in Italia sono una pagliacciata, uno strumento da parte del leader del momento per candidare chi vuole senza alcuna attinenza con la volontà popolare. Si può affermare, a ben vedere, che si tratta di un mezzo per restituire e fare favori politici, che nulla ha a che fare con la volontà degli elettori.

Non che altrove funzionino meglio: basta vedere cosa sta accadendo negli Stati Uniti, dove si rischia di veder eletto presidente la versione più ricca, più ignorante, più becera e più cattiva di Berlusconi.

Il caso Paita a Genova è la prova lampante di quanto ho appena affermato: Renzi impose una candidata talmente in urto con la base e con la gente comune, che la base ha preferito far salire l’improponibile candidato della controparte.

Ma il problema non sono neanche queste elezioni farsa e l’arroganza del segretario del partito, il problema è l’assenza totale della politica dalla competizione elettorale.

In questo paese si continua ad andare avanti negando la realtà, raccontando panzane, vivendo alla giornata senza un’idea di programma, un’ombra di progetto industriale, economico e sociale che non comporti la svendita del territorio al miglior offerente.

I candidati sindaci hanno presentato programmi sostanzialmente identici: vuoti, privi di sostanza, pieni di buone intenzioni senza alcuna indicazione si come applicarle nella realtà. A parte alcuni impresentabili come, per motivi diversi, Bertolaso e Sala, gli altri sono personaggi di apparato anonimi, certamente onesti e forse anche capaci, ma che per il solo fatto di essere candidati alla guida di città importanti, non potranno che rispondere agli interessi del capo.

La decentralizzazione del potere, che rispondeva a logiche democratiche e avrebbe dovuto portare a un federalismo reale, non quello razzista e becero della Lega, è ormai sepolta dalle tendenze neo autoritarie inaugurate da Berlusconi e portate avanti con entusiasmo da chi l’ha seguito.

Va registrato anche il costante declino del movimento Cinque stelle che ormai non ne azzecca una da mesi: col virtuale ritiro del loro capo, rientrato sulle scene che più gli competono, l’assenza di idee, uomini e programmi da parte di quello che per mesi è stato definito come l’unico partito di opposizione al governo, è ormai sotto gli occhi di tutti. Tra l’altro, in occasione del voto sulle unioni civili, i pentastellati sono stati l’alleato migliore di Renzi, con il loro ipocrita voltafaccia al momento della resa dei conti. Per quanto riguardi i candidati sindaci, stendendo un pietoso velo sulle modalità di scelta, hanno scelto di perdere ovunque.

E’ una democrazia dai tratti esilaranti e tragici a un tempo, quella in cui viviamo, degna del vecchio Woody Allen, quando prendeva in giro le repubbliche delle banane. Un governo non eletto che propone finte riforme strutturali peggiorando tutto quello a cui mette mano, un premier che continua a tacere su reali problemi del paese, millanta un credito internazionale che non ha e prende schiaffi ogni volta che prova ad alzare la voce, regioni gestite da assemblee decimate dalle inchieste giudiziarie, comuni sciolti per infiltrazioni mafiose e sindaci impotenti di fronte al taglio delle risorse, tassi di povertà in aumento in tutto il paese, una politica sull’immigrazione sempre più assente e incapace di risposte sensate.

Le primarie all’italiana si inseriscono perfettamente in questo quadro e il prossimo passo inevitabile saranno le elezioni all’italiana, se la corte costituzionale non fermerà un’altra legge  che umilia i cittadini e la democrazia.

D’altronde, da un paese privo di coscienza civile, dove lo Stato è sempre qualcosa che appartiene agli altri e di cui gli altri devono rendere conto e non un organismo del cui funzionamento tutti siamo corresponsabili, è inevitabile ottenere risposte di questo tipo. Il rischio è che a questa democrazia ridicola e limitata, corrisponda sempre di più una libertà. ridicola e limitata.  

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Entriamo nel merito

meritocrazia

Mentre si prepara una guerra in sordina, si propone un referendum di importanza fondamentale per il nostro territorio nel silenzio più totale,si sfiora per un niente la procedura di infrazione da parte dell’Unione europea, continua nella più totale indifferenza la sistematica distruzione della scuola pubblica: siamo arrivati al tanto decantato capitolo “Merito”.

Lo confesso: anch’io sono stato tra quelli che ha pensato che le ultime riforme della scuola fossero state redatte da incompetenti, persone che avevano come unico scopo i tagli alla spesa e non conoscevamo né le dinamiche né i problemi del settore che andavano a riformare. Mi sono sbagliato.

Le riforme della scuola sono state fatte da persone che conoscono perfettamente la scuola e, in particolare, i dirigenti scolastici e i docenti. ne hanno esplorato i pregi e le criticità e hanno colpito dove sapevano di fare più male possibile subendo il minor danno possibile. Tra Sun Tzu e i manuali di management, questa gente ha studiato e, dal punto di vista della logica di mercato, ha fatto un ottimo lavoro.

Il “merito” è solo l’ultimo tassello di un puzzle cominciato con la formazione di enormi istituti comprensivi, che ha come scopo quello di trasformare la classe docente in dipendenti statali obbedienti alla linea e silenziosi e di dare l’illusione ai dirigenti di possedere un potere che, in massima parte, è solo fittizia in rapporto all’abnorme aumento di responsabilità.

I ragazzi, la loro formazione, il loro futuro? Non importano, variabili dipendenti. Il prodotto dell’impresa scuola va accuratamente selezionato e orientato sul target più alto. La scuola all’epoca di Renzi è classista e gentiliana più di tutte quante le sue incarnazioni precedenti, nasce da una mentalità elitaria, quasi calvinista nell’attribuire al censo un merito di per sé. La scuola della Costituzione, egualitaria, una scuola che voleva dare un’anima a un popolo stremato dalla guerra, sanare le divisioni e offrire una opportunità di riscatto sociale, non esiste più, è stata cancellata in un assordante silenzio con la complicità di tutti. La scuola di Renzi non è cosa da proletari.

Veniamo al titolo del post: la 107 non parla di riconoscimento del merito per gli insegnanti, ma di valorizzazione. Scusate la pignoleria, ma con le parole io ci mangio e ritengo che abbiano un loro senso e un loro peso. Il merito include una selezione, una classifica, una bocciatura e una promozione, la valorizzazione non è nulla di tutto questo. Dunque tutta la propaganda faraonico renziana sul “merito” è fuffa: non c’è, non è definito, non è nominato. Ma non è l’unica cosa che non c’è.

Potrei chiudere qui perché, a parte indicatori che più generali non si può, il ministero, a meno che la circolare di imminente emanazione non riservi sorprese clamorose, lascia ad ogni istituto, quindi ad ogni dirigente, l’onere di come guidare i comitati di valutazione per definire cosa valorizzare e poi scegliere chi valorizzare. Non ci sono infatti parametri chiari e le scuole vengono esplicitamente invitate a sperimentare modelli di valutazione sull’indefinito.

Il risultato? In certe scuole si valorizzeranno per esempio le abilità d’uso delle nuove tecnologie e verrà lasciato fuori chi non ha competenze adeguate, in altre la competenza culturale e libresca, in altre ancora il gradimento del docente tra i ragazzi, e via discorrendo. Sembra assurda, vero?, una tale eterogeneità dei criteri, eppure è così, leggetevi la legge.

Questa situazione per alcuni si traduce in libertà di manovra e rispetto dell’autonomia e delle singole realtà, per altri in totale anarchia. A guadagnarci, come sempre in questo paese, saranno i furbi, quelli abili a vendersi al miglior offerente, i servi, a rimetterci in parecchi, comprese molte famiglie illuse che la presenza dei genitori nei comitati di valutazione sia finalmente un’occasione di compartecipazione reale alla vita della scuola, mentre è solo fumo negli occhi, perché ad assegnare nominalmente il bonus ai docenti e a sceglierli, sarà comunque il dirigente, una volta sentite le indicazioni generali dei comitati di valutazione che non hanno voce in capitolo sulle singole scelte.

Il risultato sarà il consolidamento dei cerchi magici nelle scuole gestite da dirigenti autoritari e collegi proni, litigi infiniti nelle scuole con dirigenti incerti e collegi conflittuali, e via di questo passo. Con ottime possibilità che un certo malcostume, una certa mentalità mafiosa, fatta di favori, concessioni, raccomandazioni, attecchisca anche nella scuola dell’obbligo, da cui, fino ad oggi, è stata (quasi) assente

Fino a quando non arriverà un altro sinistro demiurgo con la ricetta magica per sanare ogni problema: e la scuola per tutti diventerà un ricordo da rottamare.

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