Un paese sospeso

Di Scuola, cultura, politica e altro, riflessioni e pensieri di un uomo comune.

Un paese d’argilla con uomini d’argilla

Mi chiedo sempre più spesso, ogni volta che entro in classe, quale sia il senso del mio lavoro oggi, per quale paese io e i miei colleghi stiamo preparando i nostri ragazzi, quali valori trasmettiamo, ammesso che riusciamo ancora a trasmettere qualcosa.

Il nostro è un paese d’argilla, pronto a crollare a ogni soffio di vento, edificato sul nulla in nome dell’avidità e del profitto e non mi riferisco solo alle infrastrutture devastate.

Un paese di furbi, dove chi ruba alla comunità ha sempre una giustificazione, dove, come ai tempo di Manzoni, i don Abbondio abbondano, scusate il gioco di parole, ma di eroi non se ne vedono.

Un paese d’argilla governato da uomini d’argilla, che non diventano Golem, gli implacabili giustizieri della tradizione ebraica, ma si frantumano al primo alito di vento per rimodellarsi a seconda dell’umore della gente. La nostra è una politica ridotta a rissa di cortile, priva di idee, priva di una visione che non sia il mantenimento del potere fine a sè stesso, la tutela di uno status quo che favorisca l’interesse di pochi a scapito di quello di molti.

D’argilla sono anche i giornalisti, asserviti a logiche di potere, creatori di mostri, distruttori di miti, falsi gli uni e gli altri,  cassa di risonanza delle paure della gente. L’originaria mission di mordere alle calcagna il potere si è trasformata nel suo opposto, da cani da guardia a barboncini da diporto.

Un paese d’argilla non può che desiderare l’uomo forte, qualcuno a cui delegare le proprie responsabilità perché ci sollevi dall’ingrato compito di rimboccarci le maniche dopo esserci guardati allo specchio. Meglio non vedere l’immagine riflessa, meglio sfogare le proprie frustrazioni e la propria incapacità di relazionarsi col mondo dietro una tastiera, gloriandosi di un potere da miserabili, quello di lanciare il sasso e ritirare la mano, abitudine di molti Masanielli di questi tempi. Meglio dare la colpa agli altri, anzi, all’Altro, nero, ebreo, lesbica, tossico o barbone che sia, non importa, basta che faccia da parafulmine alla rabbia, che permetta quelle esplosioni di violenza tollerata necessarie per ritrovare la calma.

L’odio che si respira per le strade, sugli autobus, in treno, è diventato tangibile e non basta, ormai, riempire le piazze, seppure animati da nobili propositi, per contrastarlo. Bisogna partire da lontano, tornare a tessere quel filo sempre troppo esile che univa un tempo il paese che, non va dimenticato, era il paese dei terroni, dei non si affitta ai meridionali, il razzismo stolido e aggressivo da queste parti è sempre stato di casa.

Ma è stato, questo, anche il paese dei don Camillo e dei Peppone, quello dove ci si riconosceva nella diversità e due strade parallele finivano per incrociarsi di fronte a valori che sembravano incrollabili e comuni: la famiglia, la solidarietà, l’unione nel momento del bisogno, la cooperazione. Ma a pensarci bene, unito, lo è stato solo nei libri di Guareschi.

Ma qualcosa è rimasto, in questo paese, qualcosa che neanche il politico più squallido può portarci via: la bellezza. Non la bellezza decadente e mortuaria di Visconti e Sorrentino, ma quella viva, pulsante e luminosa di Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca, delle città d’arte con i loro palazzi e le loro strade intrise di storia, di Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Leopardi, del monologo di Ruzante recitato da Dario Fo e degli apologhi sulla mafia di Sciascia, della lirica denuncia di ogni guerra di Vittorini e della constatazione del male di vivere di Montale.

Dicono che i ragazzi sono vuoti, forse è vero ma accadeperché hanno il vuoto attorno e non sanno riconoscere la bellezza però adeguatamente guidati, possono imparare ad apprezzarla e a ricercarla. Nelle famiglie operaie, quando ero giovane, c’erano sempre i soldi per un libro, oggi ci sono sempre i soldi per un nuovo cellulare, è una differenza che spiega molte cose per chi sa andare oltre l’apparenza.

Forse il compito che ancora resta alla Scuola è un compito fondamentale se si vuole ricostruire le fondamenta etiche di questo paese: educare alla bellezza, a riconoscere quelle schegge luminose di genio e poesia, insegnare a coltivare i propri talenti, cercando la propria strada quale che essa sia, senza mai scendere a compromessi sui propri principi, senza vendersi al miglior offerente, ragionando con la propria testa, inseguendo la propria visione, senza mai seguire la massa. magari, ma è utopia, rinunciare al nuovo cellulare per comprarsi libri di poesia.

Mi rendo conto che tutto questo, da anni, è ciò che le politiche scolastiche hanno cercato ostinatamente di combattere, nel folle tentativo di aziendalizzare la scuola e mettere a tacere l’unica palestra di libero pensiero ancora esistente in Italia. Non si vuole un popolo pensante ma un popolo pagante, non persone consapevoli e informate ma consumatori controllabili ed eterodiretti. Per questo la scuola dà ancora fastidio.

Mi rendo conto che, come sempre, bisogna navigare controvento, con fatica, senza aspettarsi per questo una qualche forma di gratificazione che non sia la gratitudine di un ragazzo/a per quello che hai cercato di fare per lui, che arriva magari inaspettata e dopo anni.

In questo paese d’argilla la scuola è ancora una fortezza: assediata, denigrata, bombardata,  ma che ancora resiste.

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Presidi o Dirigenti, come cambia la scuola

Due episodi accaduti uno a Como e l’altro a Crema, mi permettono di tracciare una linea di demarcazione tra due mondi diversi: quello dei presidi e quello dei dirigenti scolastici,   linea che divide due modi differenti di pensare la scuola.

 

 

 

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