Un paese sospeso

Di Scuola, cultura, politica e altro, riflessioni e pensieri di un uomo comune.

Recensione di Lo spettacolo della mafia di Marcello Ravveduto

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Attendevo l’uscita di questo libro con un certo timore reverenziale.  Ho incontrato il prof. Ravveduto per la prima volta, in occasione di un seminario di formazione di Libera a Roma e dalle suggestioni nate dal suo intervento che riguardava, appunto, la rappresentazione della mafia nei media, è nato, due anni fa, un corso di formazione che ho tenuto nella mia scuola, imperniato sulla rappresentazione della mafia al cinema e nella fiction. Il corso è stato molto gradito e quest’anno, su richiesta di molti colleghi, l’ho reiterato, incentrandolo sul rapporto tra musica e mafie, partendo dal bellissimo volume del professore Napoli calibro nove.

L’uscita di questo volume quindi, era l’occasione per verificare di non aver detto sciocchezze e di approfondire un tema che mi è molto caro: la rappresentazione delle mafie nell’immaginario mediatico e, di conseguenza, la penetrazione della cultura mafiosa ( termine che può suonare come un ossimoro ma non lo è) nella nostra società.

Posso dire, dopo aver terminato il volume, di aver tirato un sospiro di sollievo: non ho detto sciocchezze e il libro è talmente ricco e ben strutturato,  da porre le basi per altri corsi di formazione, se e quando avrò di nuovo il desiderio di organizzarne.

Marcello Ravveduto è docente di Digital Public History all’università di Salerno,, Modena e Reggio Emilia e molte altre cose. E’ uno di quegli intellettuali di cui il nostro paese ha bisogno come il pane, per tenere unito il filo della propria storia e della propria coscienza civile. Il volume in questione è prezioso perché, con chiarezza e profusione di dati statistici, racconta l’evoluzione del rapporto tra mafie e media, dal cinema, alla musica, dalla televisione ai social media, dai brand gastronomici all’estero a quella celebrazione mediatica che sono diventati i funerali di Stato.

E’ una narrazione affascinante e inquietante perché racconta come, insieme all’immaginario mediatico, si siano evolute nel tempo anche le mafie, arrivando a invadere il web con modalità e simbologie che Ravveduto decodifica con perizia.

Una frase mi ha colpito, posta quasi alla fine dl libro: senza lo spettacolo della morte le mafie non esistono.

E’ questo, secondo me, l’enorme limite della rappresentazione delle mafie: nell’immaginario collettivo, un immaginario fatto di ricordi comuni terribili, come le stragi che hanno causato la morte di Falcone e Borsellino, e di momenti terribili, come il pianto e l’appello ai mafiosi di Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, morto a Capaci, momenti che hanno un comune denominatore: la violenza e la morte. Senza violenza, non c’è mafia.

La mafia dei nostri giorni, presente nei consigli d’amministrazione, radicata in tutto il mondo, con centinaia di attività “legali” e la complicità di una zona grigia fatta di professionisti, imprenditori, funzionari comunali e di Stato, che le permettono di tessere la sua ragnatela di corruzione, è difficilmente rappresentabile e non è ancora entrata nel nostro immaginario, fatto che la rende molto pericolosa e pervasiva. Per non parlare della penetrazione delle mafie al nord, ancora sconosciuta nelle sue reali dimensioni al grande pubblico e anche a certa stampa, ancora restia a parlare di mafia anche di fronte all’evidenza dei fatti.

Tutti i capitoli sono interessanti e meriterebbero ognuno un libro a parte, tanto è abbondante la messe di significati e significanti da decodificare e gli spunti di riflessione da approfondire.

 Ci sono film, ad esempio, che hanno, raccontando storie poco conosciute per diversi motivi, come quella di Peppino Impastato e Giancarlo Siani, ridato vita a queste figure trasformandole in icone, tanto che risulta difficile parlare di Peppino Impastato dimenticando il film, anche se la sovrapposizione tra il personaggio reale e la sua interpretazione cinematografica non è sempre perfetta, esistono delle discrasie che non hanno importanza per il pubblico che non ha né il tempo né la voglia di approfondire, perché Peppino Impastato resterà sempre quello dei Cento passi, anche se quell’episodio non si è mai verificato nella realtà.

Ci sono poi le occasioni perse, i santini televisivi, ad esempio, che partono da buone idee ma le stemperano in un minestrone di buoni sentimenti nazional popolare. Scoprirete che c’è stato perfino un regista figlio di un boss camorrista che ha girato un’apologia del padre.

Quindi cinema e fiction, raccontando la mafia, le danno corpo e, soprattutto sangue, la reinterpretano in modi diversi, a seconda del tempo e degli eventi, e ci consegnano un immaginario che condiziona in modo spesso decisivo il nostro modo di percepirla. La mafia come la pensiamo è anche la mafia come la vediamo rappresentata, si potrebbe dire, con i suoi messaggi, i suoi simboli e i suoi stereotipi.

I funerali di Stato e la presenza in rete di moltissimi filmati riguardanti le stragi di mafia, o una semplice fotografia, come quella di Falcone e Borsellino che sorridono l’uno accanto all’altro qualche mese prima delle stragi, diventano veicoli iconici. strumenti per tramandare il culto di eroi civili, veicoli di una presa di coscienza collettiva che, nel caso della foto citata, parte dalla rappresentazione di un’amicizia sincera cementata da un comune sentire, che diventa un comune riconoscersi in valori etici e morali a cui tutti dovremmo ispirarci.

Inquietante il capitolo sulla mafia come brand, strumento di marketing efficace e di successo all’estero, marchio per catene di ristoranti in Europa e nel mondo, frutto di una concezione della mafia ferma al Padrino, il primo film a creare un immaginario e una serie di stereotipi che ancora resistono nel tempo, ma frutto soprattutto della sottovalutazione del fenomeno mafioso fuori dall’Italia.

Mentre la mafia è esportabile, così non si può dire del sentimento anti mafioso che non può nascere dove non esistono vittime da piangere, eroi da ricordare, rabbia da sublimare in un impegno civile.

Il marchio, il brand, lo ritroviamo anche nei giovani mafiosi che su Facebook sfoggiano abiti e calzature costosissime appartenenti a una nota catena di abbigliamento, a rappresentare il raggiungimento di uno  status. Quello delle mafie sui social, tenuto conto della pervasività del mezzo e della sua diffusione tra i giovani, è uno dei capitoli più inquietanti che mostra anche il consenso diffuso di un certo pensiero mafioso.

Commosso e commovente il capitolo riguardante le vittime innocenti di mafia, celebrate ogni 21 Marzo. Il ruolo dell’antimafia civile, secondo Ravveduto,  è stato ed è quello di tramandare la memoria dei martiri, di ricordare chi è stato vittima della violenza mafiosa allo scopo di creare una memoria condivisa e porre le basi per una cittadinanza attiva, che contempli anche la lotta alle mafie e il contrasto a ogni forma di corruzione tra i suoi valori. Si tratta della continuazione, imprescindibile, di quanto è stato fatto nell’Italia post unitaria e dopo la prima guerra mondiale, di ricordare i valori fondanti del nostro paese. Parlare delle vittime di mafia, non lasciarle scivolare nell’oblio gli dà un senso ed è uno sprone a migliorare la nostra società.

Spero di essere riuscito a dare un’idea di un testo affascinante, ricchissimo di spunti e dati e, mi viene spontaneo aggiungere, necessario, molto ricco, che meriterebbe ben altro spazio e approfondimento, rivolto a chi vuole approfondire la comprensione del fenomeno mafioso e contrastarlo con maggiore efficacia.

Il primo passo per sconfiggere il nemico, è conoscerlo.

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Un paese caduto: pensando al ponte

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Quando mia moglie, poco meno di un anno fa, mi ha chiesto quale fosse la copertina adatta al mio libro Un paese sospeso, non ho avuto dubbi e le ho risposto di disegnare il ponte.

Mi sembrava il modo migliore di descrivere un libro che parlava del 2018, l’anno in cui questo paese ha cambiato faccia, imboccando una strada sempre più vicina al punto di non ritorno.

In quel maledetto anno il crollo del ponte, con lo strazio di 43 famiglie che hanno perso i loro cari in modo assurdo e una città in ginocchio, mi sembrava la metafora ideale per descrivere la situazione politico-sociale dell’Italia.

E’ difficile per me scrivere del ponte senza pensare a Lorenzo ed Alessandra, il mio ex alunno e la mia attuale alunna, che hanno perso il papà nella tragedia, a quando li ho incontrati pochi giorni dopo i fatti, a quell’abbraccio con loro che resterà per sempre nella memoria come simbolo di quella tragedia. E’ avvenuto durante una fiaccolata in cui il quartiere si è riunito attorno a loro e all’altro ragazzo vittima del ponte. E’ stato un momento toccante, che mi ha illuso, per l’arco di una sera, che la città potesse veramente rialzare la testa e tornare a lottare unita per uno scopo, come accadeva quando ero ragazzo. E’ stata un’illusione, appunto.

E’ difficile per me scrivere senza lasciarmi trasportare dalle emozioni e dalla rabbia per tutto quello che è successo in quei giorni: i proclami e le promesse che sarebbero rimaste disattese, i selfie ai funerali, la città paralizzata, un sindaco che da più di un anno parla quasi sempre senza sapere quello che dice, un’amministrazione che si distingue nella guerra contro gli ultimi, fatto inedito per Genova, città solidale per eccellenza.

In mezzo, in quest’anno, c’è un paese che ha tradito tutti i suoi valori, l’avvelenamento progressivo e inesorabile del tessuto sociale, il razzismo e l’odio dilagante, una crisi di governo che sembra un teatrino di pupi e un senso di vuoto profondo, assoluto.

Se oggi dovessi rifare quella copertina direi a mia moglie di disegnare l’assenza, quel vuoto che, a vederlo dal ponte di Cornigliano, è pieno di troppe cose, quel panorama diverso che non ci appartiene, a noi che siamo nati a Genova, che non è il nostro e che non lo sarà mai, anche quando il nuovo ponte occuperà il posto del vecchio.

Tante di quelle vittime erano straniere, tra cui Marius, un ragazzo che aveva frequentato la mia scuola, albanese, molti sudamericani, e gli altri che viaggiavano sotto quel nubifragio aspettando un sole che non hanno mai più visto. Il funerale ha visto l’intervento dell’imam per commemorare le vittime musulmane, una novità per un funerale di Stato, anche lì mi sono illuso che, forse, qualcosa sarebbe cambiato, che un nuovo sentimento di solidarietà potesse nascere dal dolore. Ma mi sono illuso, appunto.

Credo che l’unico modo per ricordare tutte le vittime, per ricordarle davvero, sia il silenzio, non il minuto di silenzio imposto dal sindaco, lui non sa andare oltre la banalità esteriore, ma un giorno di silenzio vero, senza polemiche, senza ironia, senza rabbia, un giorno dedicato al ricordo di tutte le vittime e di una città in ginocchio che, nonostante la propaganda grottesca di un’amministrazione oscena, in ginocchio è rimasta. Perché certe ferite non si rimarginano.

Genova non sarà mai abbastanza grata a chi in quei giorni ha salvato vite e si è prodigato  per restituire i corpi straziati alle famiglie. Le pubbliche assistenze, i pompieri, tutti quelli che hanno dato il loro contributo sono, insieme alle vittime, gli unici che meritano di essere ricordati e ringraziati.

Un pensiero va anche agli sfollati, a quelle vite divise in due, il prima e il dopo. A chi ha perso tutto e a chi sta cercando di ricominciare, deve andare il nostro incoraggiamento e la nostra solidarietà.

Fortunatamente quest’anno sono lontano da Genova, quindi mi risparmierò cerimonie, parate e discorsi di circostanza da parte di chi non ha la minima idea della portata di quello che è successo, da parte di chi è responsabile di altri crolli, forse meno letali ma non meno gravi, da parte di chi spende parole vuote che si disperderanno nell’aria come il fumo di quelle macerie che continua a soffiare nel vento.

Concludo abbracciando idealmente, ma loro sanno che è come se fossi lì con loro, Lorenzo e Alessandra, invitandoli a tenere duro e a continuare crescere, a stare vicino alla loro mamma. Abbracciando loro, abbraccio tutti i familiari delle vittime, in silenzio, perché in certi momenti le parole non servono.

Forse questo non è il migliore  dei miei articoli e me ne scuso, ma è il peggiore degli argomenti possibili da affrontare per chi, ogni mattina, andando al lavoro, ha dovuto fare i conti con la presenza ingombrante di quell’assenza.

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