Una riapertura delle scuole poco seria

Nè il governo nè la regione hanno preso provvedimenti seri e strutturali per riaprire le scuole superiori in sicurezza.

Il sorriso smagliante dei legali rappresentanti di uno sparuto nucleo di famiglie, immagino benestanti, visto che i ricorsi costano, per aver ottenuto presso il Tar la riapertura delle scuole superiori in presenza in Liguria fino al 10 febbraio, stona con una realtà che è ben diversa dallo storytelling di quelle famiglie e della Regione Liguria.

Chi scrive è sempre stato un sostenitore della scuola in presenza, lo testimoniano alcuni articoli apparsi in tempi diversi su questo spazio, ma ho sempre ribadito, da insegnante e da rappresentante sindacale, che una riapertura delle scuole non potesse prescindere da una ragionevole messa in sicurezza delle stesse per gli studenti e per i docenti.

Mi risulta difficile capire cosa hanno da sorridere legali e famiglie del ricorso al Tar visto che, a oggi, non è stato fatto nulla per mettere in sicurezza le scuole. Possiedono forse i dati epidemiologici relativi all’incidenza del Covid nelle scuole? Non mi risulta. Sanno di interventi strutturali di messa in sicurezza delle aule ( sistemi di ventilazione, riduzione del numero di alunni per classe, ecc.) che verranno attivati con efficienza nipponica da qui a Lunedì? Sono a conoscenza di dati che garantiscono il cessato allarme Covid nelle prossime settimane? Hanno consultato gli insegnanti delle scuole frequentate dai figli per valutare le criticità?

Perché se così non fosse, su di loro, sul Tar e sulla Regione ricadrà tutta la responsabilità di una eventuale recrudescenza dell’epidemia simile a quella che si è verificata poco dopo l’apertura delle scuole a Settembre.

I provvedimenti sui trasporti, checchè ne dicano i diretti interessati, risulteranno, come è prevedibile per chiunque frequenti i mezzi pubblici a Genova, insufficienti e velleitari e le entrate scaglionate aumenteranno il disorientamento degli alunni,impedendogli, in taluni casi, di poter studiare a casa.

Si riapre dunque, in condizioni peggiori di Settembre, con metà classi che restano a casa e docenti costretti a fare dad da scuola, con attrezzature non sempre sufficienti e funzionanti, quindi portandosi dietro i propri dispositivi ( va bene, abbiamo il bonus per quello) e, a volte, la connessione ( questo va meno bene), cosa che non credo capiti nè al pugno di famiglie che hanno trovato i soldi da spendere per il ricorso al tar, costa molto, nè agli avvocati sorridenti e vittoriosi che hanno ottenuto una probabile vittoria di Pirro.

Ancora una volta, gli interessi di pochi prevalgono su quelli di molti, le richieste di sindacati e docenti sono state ignorate, della didattica non sembra importare nulla a nessuno, conta solo la socializzazione immobile e mascherata che, finalmente, a turni alterni, i ragazzi potranno riacquistare.

Sulla scuola continua il massacro mediatico, le affermazioni estemporanee di esperti di tutto ma non di scuola, l’arroganza di chi ha verità in tasca da diffondere, la presunzione di chi ha sempre soluzioni pronte per tutto e le sbandiera ai quattro venti come se il mondo girasse attorno a lui, l’incompetenza di un ministro a cui va consegnato il primato dell’amministrazione più fallimentare degli ultimi anni e sì che bastava fare pochissimo, visto chi l’ha preceduto.

Gli insegnanti e la stragrande maggioranza dei ragazzi non chiedono la luna, solo un minimo di serietà nell’affrontare i problemi, merce rarissima di questi tempi in Italia. Perché dei ragazzi e degli insegnanti, parliamoci chiaro, non frega niente a nessuno in questo paese.

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Lo spirito del tempo

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Osservazioni sulla proposta della Moratti e sulla società in cui viviamo.

Non comprendo lo scandalo e l’indignazione riguardo la proposta della Moratti di assegnare i vaccini alle varie regioni tenendo conto anche del Pil.

Ovvio che, da un punto di vista personale, la trovi spregevole ma è del tutto in linea con lo spirito del tempo, con le proteste di Vissani o con lo scoramento di chi non ha potuto affollare le località sciistiche, con lo sdegno della Santanché e di Briatore per chiusura ( tardiva) delle discoteche questa estate e con chi quelle discoteche lussuose le ha riempite, senza rispetto per sè e per gli altri.

Le vibranti proteste sui social restano autoreferenziali e vuote, di fronte a uno sfacelo della nostra società che è sotto gli occhi di tutti e di cui la Moratti è solo il campione del momento. Il tessuto sociale che, secondo il dettato costituzionale, dovrebbe essere tenuto insieme da vincoli di solidarietà e mututalità, è ormai strappato, fatto a pezzi da anni di politiche individualiste, da un’egoismo ormai assunto a regola, dalla regola che il bene di pochi, col portafoglio pieno, conta più del bene di molti.

Sono coerenti con questa richiesta anche i ricorsi al tar di poche famiglie per riaprire le scuole a ogni costo, anche a costo della salute dei propri figli e degli insegnanti o le file di persone che affollavano il centro sotto Natale per non rinunciare allo shopping che hanno causato un nuovo rialzo dei contagi.

La Moratti è il prodotto tipico della politica in una società consumista e capitalista, dove chi consuma di più ha più diritti, è più cittadino degli altri e chi non consuma è socialmente improduttivo, non degno di attenzione. Consumatore è diventato sinonimo di cittadino ed è in questa logica che trovano spazio il razzismo e l’indifferenza verso chi vive ai margini della società, destinato a un’esistenza periferica e invisibile.

Gli stessi ritardi del governo in questa seconda fase della pandemia, i tentennamenti nel decidere nuove chiusure, sono stati dettati dalla necessità di far ripartire i consumi: tra un’economia che muore e persone che muoiono, a tratti si è scelto di salvaguardare la prima a scapito delle seconde.

La Moratti è stata ministra dell’istruzione e la sua riforma, respinta, aveva dietro una logica imprenditoriale che, in parte e velatamente, è stata ripresa da colui che non può essere nominato, un altro figlio dello spirito del tempo.

Stiamo assistendo a una crisi di governo che è il frutto di uno scontro tra lobbisti, che litigano su come spartirsi la ricca torta dei fondi europei invece di trovare soluzioni concrete per usare quei fondi a beneficio della gente. Non conta come verranno spesi ma a chi verrà assegnato il compito di spenderli, il pomo della discordia è tutto lì, nonostante la retorica di entrambi i contendenti.

Il covid avrebbe dovuto indirizzare le riflessioni della gente verso la richiesta di un cambio di paradigma, di una nuova società basata su nuovi valori condivisi, orientata a un consumo responsabile, a una redistribuzione più equa della ricchezza e a una rafforzamento del welfare.

Ci stiamo invece muovendo verso una forma di autoritarismo inedita, i cui contorni vanno ancora definendosi, pericolosa perché subdola, ma perfettamente integrata nello spirito del tempo, anzi, funzionale ad esso. Speriamo di non rendercene conto quanto sarà troppo tardi.

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I dimenticati

La visione della prima puntata di SanPa, il documentario su S. Patrignano trasmesso da Netflix, mi spinge a fare alcune riflessioni.

La prima impressione è quella di un viaggio nel tempo, cupo e angosciante. Ricordo benissimo la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, quelli della mia adoloscenza. Ricordo figure spettrali che si aggiravano nei vicoli di Genova e in certe vie periferiche: magrissimi, lo sguardo distante, i movimenti da zombie.

Ho avuto la fortuna di avere una famiglia operaia alle spalle, in quegli anni: pochi soldi, valori forti e controlli ferrei sulle mie frequentazioni, molta severità, qualche sberla se esageravo. Le trasgressioni non erano ammesse, neanche immaginate. Oggi, a sentire certi genitori, sembra roba da medioevo.

La droga l’ho incontrata, (ed evitata), molto tardi, durante il servizio militare, con un compagno di camerata al Car, finito poi in overdose. L’ho incontrato spesso, negli anni seguenti, nei vicoli, con un cane, sdraiato per terra.

La droga l’ho incontrata di nuovo nel mio lavoro, in un paio di occasioni, segno inequivocabile che non solo il problema esiste ancora, ma l’età media di chi la assume si è abbassata.

Diceva Pasolini che la società dei consumi è peggio del fascismo perché ti ruba l’anima, aveva ragione. La droga, oggi, è diventata un prodotto di mercato che si vende a prezzi stracciati.

Lo stereotipo del tossico problematico, sottoproletario, disagiato, che cerca nello sballo la fuga dalla realtà, non regge più.

Spesso, i tossici hanno un lavoro gratificante, o sono studenti modello ( per un po’) provengono da famiglie senza particolari problemi. Famiglie che i problemi, grandi, enormi, li avranno di lì a poco, perché la tossicodipendenza non è un problema individuale ma sociale, che coinvolge un’intera rete di relazioni.

La droga è il problema dimenticato di questi ultimi anni, affrontato dalla politica solo in termini repressivi e semplicemente ignorato dai media.

Il 15% degli adolescenti è stato soggetto ad atti di bullismo, più o meno la stessa percentuale, probabilmente per difetto, fa uso abituale di sostanze. La rilevanza mediatica su televisione e giornali data al bullismo è enormemente maggiore rispetto a quella data alla droga. Forse perché il bullismo non è un prodotto del mercato, forse perché non risponde alla domanda dell’offerta. Forse perché, dietro, non ci sono interessi enormi.

La strage di ragazzi, di vite rovinate, di famiglie distrutte, continua, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti. La propaganda di questi ultimi anni recita che la droga la portano gli immigrati neri e cattivi, evitando di parlare dei ragazzi bravi e belli che la comprano. La droga è sempre qualcosa che capita agli altri.

Il covid ha completamente cancellato sia la possibilità di aiutare i ragazzi sia l’apertura di un dibattito pubblico, necessario e fuori tempo massimo. Intanto, i Sert sono sempre pieni.

Noi guardiamo SanPa, felici di averla scampata e, come per la mafia, facciamo finta che sia storia passata.

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La scuola come pretesto

Da genitore, faccio molta fatica a capire quelle famiglie che ricorrono al Tar per chiedere la riapertura delle scuole. Non riesco a trovare una logica in chi contesta un provvedimento dettato dalla necessità di tutelare studenti e docenti dal Covid. Non sarà una sentenza a sconfiggere la pandemia.

Gli orari dettati dai prefetti risulteranno pesantissimi per i ragazzi che, paradossalmente, si troveranno ad avere meno tempo che in Dad per lo studio.

Anche i richiami alla socialità mostrano che, davvero, non si sa di cosa si sta parlando e la scuola è solo un pretesto per portare avanti istanze private, per difendere il proprio particulare,senza tenere conto del quadro d’insieme.

Quale socialità possono sviluppare 25 ragazzi distanziati di un metro, con la mascherina, che non possono neanche scambiarsi una matita, nè alzarsi, nè bisbigliare tra loro?

Ben chiusi nei loro giacconi per il freddo che penetra dalle finestre aperte. Con la possibilità di mangiare a ricreazione ma non di alzarsi dal banco.

Era questa la realtà della scuola quando ha aperto a Settembre, forse a qualcuno è sfuggito, e questa sarà se riapriremo tra breve, chissà per quanto tempo. Mi spieghino psichiatri, psicologi, ecc., dov’è la socialità in una scuola così.

Meglio che restare ore davanti a uno schermo? Forse, forse no, sulla Dad si scrivono e dicono un mare di sciocchezze, generalizzando e, di conseguenza, banalizzando e facendo di tutt’erba un fascio.

In conclusione, poichè l’argomento è stucchevole e vorrei prossimamente parlare del mio nuovo libro, invece che continuare a confutare idiozie, come al solito non si vede neanche l’ombra di una politica scolastica seria e a lungo termine.

Le famiglie che protestano, come gli studenti che protestano, sono una risibile minoranza ma occupano i titoli dei giornali a scapito di chi, sulla scuola, di cose da dire e proposte da fare ne avrebbe, ma viene sistematicamente ignorato.

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Bestiario sulla scuola

Mi pare di poter affermare, senza tema di smentite, che l’intervento odierno del ministro (chiamiamola così) dell’Istruzione rappresenti l’apice di una escalation di idiozie che appaiono ormai quotidianamente in dosi massicce sui social e sui giornali.

Provo quindi a replicare alle fesserie più evidenti accompagnando la replica con una preghiera: prego chi non ne è parte integrante di non parlare di scuola. La prima regola che insegno ai miei allievi è che, a volte, è meglio tacere piuttosto che dire stupidaggini.

Domanda: Medie ed elementari lavorano in presenza, perché le superiori no?

Risposta: medie ed elementari hanno un’utenza di quartiere che non sovraccarica i mezzi pubblici e, di conseguenza, dovrebbe esserci una riduzione del rischio notevole. In realtà non è così, ma dal momento che i bambini non possono essere lasciati a casa da soli si è preferito lasciare aperta la frequenza e sperare in bene. I ragazzi delle scuole superiori arrivano nelle sedi scolastiche da tutta la provincia e dall’entroterra, con un grave sovraccarico dei mezzi pubblici e aumento del rischio di contagio.

Affermazione: La dad deprime i ragazzi e uccide la loro socialità.

Basterebbe il quotidiano sequestro di cellulari in tutte le scuole del regno per mostrare che si tratta di un idiozia. I ragazzi si contattano, vivono, si relazionano in modo virtuale da sempre. Ovvio che l’aggregazione sociale sarebbe auspicabile ma, tranne casi specifici che risulterebbero comunque problematici anche in presenza, mi sento di smentire, per esperienza diretta, questa affermazione, che, guarda caso, non viene mai accompagnata da dati statistici.

Affermazione: Cresceremo una generazione di ignoranti

Risposta: Gli insegnanti italiani, per la stragrande maggioranza, hanno e stando dimostrando la loro grande professionalità, al contrario di chi dovrebbe rappresentarli in parlamento, portando avanti regolarmente i programmi didattici anche in dad, inventando nuove strategie e sperimentando. Se il ministro eviterà di dire a Marzo che tutti saranno promossi, come accaduto l’anno scorso, i risultati scolastici a fine anno saranno quelli attesi e non ci saranno particolari lacune nella preparazione degli studenti, per la stragrande maggioranza di loro.

Affermazione: Disabili e alunni in difficoltà sono danneggiati

Gli alunni disabili vanno a scuola regolarmente, quelli in difficoltà, se abbandonati a sè stessi, sono sicuramente danneggiati dalla didattica a distanza ma la responsabilità è anche di chi li abbandona a sè stessi, non solo della scuola. Vogliamo parlare della dispersione scolastica? Meglio di no.

Affermazione: Si potrebbe andare a scuola due volte a settimana per spezzare la routine.

Risposta: Sfugge il nodo del problema: le scuole non sono in sicurezza, il distanziamento di un metro non è efficace e non ci sono sistemi di aerazione efficienti. Oltre al problema dei mezzi di trasporto.

Affermazione: all’estero non si è chiuso.

Risposta: Sticazzi! Andate a controllare le statistiche dei contagi a scuola all’estero, guardate cosa sta succedendo nel nord Europa. E comunque, tutti gli Stati europei hanno chiuso e stanno chiudendo le scuole.

Affermazione: Le scuole non sono focolai.

Risposta: Vero, quasi vero, falso. Non abbiamo dati ufficiali, il che induce a pensar male. Ma se anche fosse, il problema sono i mezzi di trasporto e il fatto che i ragazzi, se a scuola sono controllati, non lo sono fuori e rischiano di contagiare i loro compagni e i loro insegnanti a scuola. Ripeto: non è stato fatto nulla, da parte di quella stessa persona che oggi dichiara di stare dalla parte degli studenti, per mettere le scuole in sicurezza.

Affermazione: gli studenti protestano in tutta Italia

Risposta: mi spiace per quelle poche decine di studenti plagiati ( guardate le immagini: non arrivano mai a dieci) che protestano per ritornare a scuola in condizioni di scarsa sicurezza. Con la retorica, le lettere di scuse pubblicate sui giornali e i bei gesti. i problemi restano, lavorando seriamente, in parte, si risolvono. Questo vale anche per tutti i colleghi che “stanno con i ragazzi”. Che non vuol dire un cazzo.

Affermazione: Allora dobbiamo restare chiusi a tempo indeterminato?

Risposta: No. In una settimana si possono fare tamponi in tutte le scuole o, comunque, in un numero tale di scuole da essere statisticamente credibile e valutare la situazione. Temo non lo si faccia perché si conoscono già i risultati. In una settimana si possono vaccinare tutti gli insegnanti e gli studenti, ma non lo si fa perché poi insorgerebbero, giustamente, le altre categorie che lavorano a contatto con il pubblico. Di sicuro, in una settimana non si possono mettere in sicurezza le scuole.

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Idiocrazia

Ho grande stima di Giorgio Agamben, come è dovuta a uno dei più grandi filosofi italiani viventi che, con Homo sacer e altri suoi libri, ha coniato e perfezionato il concetto di “nuda vita”, salito alla ribalta con l’emergenza covid.

Tuttavia non sono del tutto d’accordo con lui, si parva licet, riguardo una certa idea di un potere più o meno occulto, vago, che userebbe l’emergenza covid come pretesto per limitare la socialità delle persone e trasformarle in tante monadi. Mi ricorda alla lontana il SIM delle Brigate rosse o la storia dei Savi di Sion.

A parte le ovvie obiezioni logiche ( perchè una società dei consumi, che basa il proprio sistema di controllo sulla massificazione e, quindi, sull’aggregazione di grandi fasce di popolazione in non luoghi per acquistare oggetti superflui, dovrebbe autocastrare limitando le fonti di guadagno?), credo che quanto accaduto qualche giorno fa a Capitol Hill dimostri che su questo, solo su questo, Agamben sbaglia, ma non significa che quanto paventa non possa verificarsi in un futuro prossimo venturo ( è argomento del mio prossimo libro che uscirà prossimamente, ne parleremo a tempo debito).

L’attacco dei seguaci di Qanon alla sede del potere degli Stati Uniti per contestare la legittima elezione del nuovo presidente, non è infatti l’attuazione di un qualche oscuro disegno, ma l’evidenza di quanto davvero il sonno della ragione generi mostri, come Unamuno aveva compreso dopo aver, per qualche tempo, flirtato con uno dei mostri peggiori del secolo scorso.

La rete, straordinario strumento polisemantico e polifunzionale, si è trasformato, da possibile incubatore di aggregazioni sociali inedite, oltre che strumento per combattere solitudine, depressione e isolamento, i mali del nostro millennio, in un inseminatore di ignoranza, uno stupefacente strumento pervasivo in grado di obnubilare menti deboli, già predisposte al diventare vittime di sette millenartiste perché prive degli strumenti culturali minimi per discernere il grano dal loglio e appesantite da anni di rabbia e frustrazione, e trasformare i possessori di quelle menti in gloriosi miliziani improvvisati che non hanno altra risorsa, se non la violenza, per far valere le proprie, inesistenti ragioni.

Abbiamo tutti sottovalutato il potere della rete, impegnati a deplorare le foto di Chiara Ferragni agli uffizi ( una che, al contrario di noi, la rete la usa benissimo e con grande intelligenza), o a promuovere manifestazioni contro un fascismo che resta marginale e che non c’entra nulla nè con i negazionisti nè tantomento con Trump e i Qanon.

Abbiamo irriso, da bravi radical chic, ai poveri beoti che si abbeveravano di deliranti storie sul povero Bill Gates, diventato nel loro immaginario uno sterminatore e Soros, diventato uno sponsor dell’invasione di migranti e del meticciato prossimo venturo, e adesso ci ritroviamo quei beoti ad assalire Capitol Hill con conseguenze a lungo termine imprevedibili per l’impero americano, ormai in palese e indubitabile declino.

Mentre l’Amerika degli anni della gioventù si è trasformata in una america, piccola piccola, vittima di un golpe Borghese riuscito a metà, noi sopportavamo Berlusconi, il crollo della sinistra, la sciagurata stagione del renzismo con la sua filosofia da lemming, che in questi giorni sta raggiungendo il culmine del masochismo, il governo della Lega e questo non governo, formato da un uomo per tutte le stagioni, un narcisista paranoide e autolesionista, una manica d’idioti e un leader politico simile al personaggio di Buzzati, che la sera andava a dormire riproponendosi di cambiare tutto e al mattino riprendeva la solita vita, lasciandoli passare davanti a noi come se non ci importasse, senza renderci conto, giustificati dalla paura del contagio, che il contagio dell’ignoranza e dell’idiozia dilagava più di quello del Covid. Siamo rimasti al caldo delle nostre comode case e abbiamo dimenticato la maledizione di Primo Levi.

Siamo arrivati a una vera e propria idiocrazia, che si riflette sugli illegibili articoli dei maggiori quotidiani che dovrebbero fare opinione e riportano opinioni improponibili di personaggi improponibili, sulla delegittimazione completa della scuola, con un finto ministro che delega al potere prefettizio l’assunzione di provvedimenti che definire improvvidi è eufemismo, sulle passerelle disturbanti e disturbate in una televisione trasformata in arena distopica dove non solo qualunque imbecille ha il suo quarto d’ora di celebrità ma può assurgere a opinion leader, basta che la spari sufficientemente grossa.

Abbiamo troppo spesso visto la pagliuzza negli occhi degli altri senza scorgere la trave nella nostra, dibattendo su questioni di lana caprina e ignorando il nocciolo della questione: l’ignoranza, che come una marea nera e venefica, dilagava nel nostro paese e tracimava, mentre noi eravamo convinti che si sarebbe sciolta da un momento all’altro.

L’immagine del Qanon ucciso da un infarto causato dal taser che si è, involontariamente, sparato nei testicoli, è il simbolo tragico della nostra società, il triste epilogo di un’epoca.

Da domani e per cinque giorni, potrete scaricare automaticamente l’ebook da Amazon.

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Tutto come prima, sicuri?

“Speriamo che torni tutto come prima”.

Probabilmente queste parole saranno le più pronunciate domani, al momento degli auguri per la fine di questo anno terribile. Ma davvero, a rifletterci bene, è quello che desideriamo?

Davvero vogliamo di nuovo tornare alla guerra contro gli ultimi, a riempire come alveari i centri commerciali consumando e spendendo alla faccia di chi non può farlo, davvero vogliamo, di nuovo, rinchiuderci dietro i nostri muri che ci proteggono, solo in apparenza, come il Covid ha dimostrato, dal male che viene dal modo esterno, vogliamo di nuovo il razzismo, la guerra contro gli ultimi?

Davvero vogliamo tornare al clientelismo, alla politica opportunistica e priva di valori di questi ultimi decenni, al tradimento di tutte le lotte e le conquiste dei lavoratori, al populismo gretto e truce di squallidi bulli senza pensiero?

Davvero vogliamo tornare a essere indifferenti a tutto, tranne che a noi stessi, a ignorare quello che durante questa pandemia ci è stato tolto in termini di diritti e si è invece verificato in termini di autoritarismo, davvero vogliamo ignorare l’ombra dello stato etico, che talvolta si è palesata su di noi?

Non sarebbe invece il caso di augurarci che no, non torni tutto come prima, ma che si costruisca il futuro su nuove basi, senza ricreare le condizioni che hanno permesso il dilagare della pandemia, senza più commettere gli errori e i ritardi legati al predominio dell’interesse sulla politica, alla dittatura della finanza sulla tutela della salute pubblica?

Non sarebbe meglio augurarsi una politica che riparta dalla tutela dell’ambiente, dai giovani, dai diritti sul lavoro, da un’istruzione che esca dal limbo fangoso in cui è costretta da troppi anni? Augurarsi più cultura, più natura, più diffusione e fruizione della bellezza, più fantasia al potere, più cervelli che vengano valorizzati e non siano costretti a fuggire, più preveggenza e capacità di previsione, più programmazione di soluzioni alternative al ricorso a uno stato di polizia con leggi speciali?

Sono successe cose molto gravi, in quest’anno maledetto, sono morte troppe persone, altre soffriranno per anni i postumi della malattia, tanta gente ha perso il lavoro, tanta gente ha visto cancellare il sogno di una vita.

Non finirà tutto con le due punture del vaccino, perché è stata tracciata una strada che dice che in nome del bene comune è accettabile il sacrificio di persone socialmente improduttive, in nome del bene comune si può derogare ai diritti dell’individuo, impedendogli di circolare, di manifestare, di associarsi, in nome del bene comune si possono oscurare statistiche, dati, controllare l’informazione, ecc. ecc.

Ma so benissimo che il problema che affligge moltissima gente in questo momento, è non poter fare il veglione di Capodanno e quindi queste mie parole suonano fastidiose, un po’ spocchiose e inutili.

Quindi buon anno, a tutti, senza rancore.

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Sorpresa: la scuola distanza piace alle famiglie

I casi sono due: o chi parla dei danni inenarrabili che la didattica a distanza sta provocando sugli studenti delle superiori, compreso chi scende in piazza a reclamare il ritorno delle lezioni in presenza, compresi sociologi, psicologhi, ecc., chi si lamenta del tempo perso ( in certe materie certamente sì, in altre non si sa perché) e compagnia cantante non ha la minima percezione della realtà, oppure gli insegnanti che stanno facendo didattica a distanza alle superiori conoscono bene il proprio lavoro e riescono a mantenere, senza perdite significative, il contatto con i ragazzi.

Perché il sondaggio presentato oggi da Ilvo Diamanti su Repubblica, giornale che volentieri spara a zero sulla scuola gratuitamente, dà un quadro assai diverso da quello che viene dipinto sui media: il 64% delle famiglie, quasi due terzi, è favorevole alla didattica a distanza, che tradotto, significa che i due terzi delle famiglie hanno ancora fiducia nella scuola.

E’ un giudizio che non mi stupisce perché, ripeto, a parte attività laboratoriali importantissime per certi ordini di scuola, come quello in cui insegno adesso, nettamente penalizzate da questa forma di didattica, per quanto riguarda le altre materie si lavora non dico normalmente, ma abbastanza agevolmente e speditamente. Anzi, la DaD, dal punto di vista degli insegnanti è uno strumento per sperimentare nuove didattiche, da applicare poi quando si tornerà in presenza; perché sia chiaro, l’esperienza acquisita in questi mesi non può essere una risorsa da giocarsi nelle emergenze ma deve implementarsi nell’attività “normale”, per potenziare e recuperare, approfondire, cosa che non sempre si riesce a fare come si vorrebbe in presenza.

Quanto alla desocializzazione dei ragazzi, con buona pace di Diamanti, che è un sociologo di vaglia e ne sa certamente più di me, ma forse non ha a che fare con gli adolescenti, non mi trova d’accordo.

Chi con i ragazzi parla e, soprattutto, li ascolta, sa che quella solitudine paventata esiste da tempo, che l’abitudine a trovare riparo dietro lo schermo di un telefonino o di un pc, era consolidata ben prima che partisse la dad.

Le chat hanno sostituito le telefonate, oggetto di litigi furiosi con i genitori per chi ha la mia età, rivoluzionando il modo di relazionarsi tra i ragazzi che tra loro, dialogano realmente sempre meno. I cellulari, sdoganati troppo in fretta dalle famiglie, sono diventati strumento di socializzazione e di emarginazione, di stigma o promozione sociale, rifugio e schermo dietro cui trasformarsi in quello che non si è.

Lo si comprende da come i ragazzi si aprono ingenuamente e candidamente nei temi, nelle discussioni in classe, quando hanno la possibilità di parlare di loro. Allora sì che vengono fuori solitudine e rabbia, lo smarrimento di fronte a un mondo adulto che non comprendono che trovano spesso, giustamente, crudelmente ottuso e insensato e l’irritazione dei più sensibili verso i pari, tacciati di essere superficiali o insensibili mentre, spesso, quell’apparire ossessivamente sui social è una tacita richiesta d’aiuto.

Spesso neanche un buon dialogo in famiglia è sufficiente ad alleviare le loro ansie e le loro paure, che crescono nel confronto con un gruppo dei pari spesso poco incline ad accogliere chi è troppo problematico.

Ecco cosa non potrà mai essere sostituito dalla Dad: non la scuola in sè, che funziona nonostante tutto, ma il guardare un ragazzo/a negli occhi e capire che c’è un problema, dargli la possibilità di parlare, parlare veramente senza filtri, che non sempre serve ma a volte sì, a volte è decisivo.

A Gennaio torneremo in presenza, probabilmente allo sbaraglio come è successo a Settembre, e già si prospettano le ipotesi più demenziali: andare a scuola di domenica, fino alle 18, a Luglio e Agosto, ecc.

Ecco, fa più male alla scuola questa informazione, queste parole in libertà da fiera degli incompetenti, che la didattica a distanza, faticosa, difficile da gestire, ma irrinunciabile in questo momento. Lasciarci lavorare in santa pace, visto che l’utenza apprezza, sarebbe cosa gradita.

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La cattiva informazione sulla scuola.

Non leggo neanche più le notizie sulla scuola che, quotidianamente, appaiono sui maggiori quotidiani. Sono piene di inesattezze, animate da palese malafede e funzionali a fare da altoparlante o da velleitario contraltare critico, anzi acritico, alle iniziative del governo.

Oggi ad esempio, su Repubblica, c’era un articolo che ci informava sul fatto che la DAD amplia le diseguaglianze. Come se, prima, le diseguaglianze fossero ridotte e non fossero invece amplificate da una scuola che, negli ultimi anni, sull’onda di una certa retorica meritocratica, trasversale e ottusa, è diventata più classista di quanto già non fosse.

Anche il quadro che si fa dei giovani, dipinti come depressi, deprivati socialmente, ecc. non tiene conto che da anni, ormai, nella totale indifferenza di tutti tranne che, guarda un po’, degli insegnanti, le relazioni tra i ragazzi, i contatti sociali, le interazioni preliminari, anche sessuali, sono ormai virtuali, passano prima, durante e dopo il contatto fisico e visivo, dai social. L’esposizione social definisce la popolarità, il successo sociale degli adolescenti, aumenta o deprime la sua autostima.

Ma ovviamente, riguardo i giovani, non si interpella chi li vede e interagisce con loro per anni, due, tre, quattro ore al giorno, ma psicologi, filosofi, sociologi che, da quel che dicono, non hanno mai neppure dialogato con un adolescente oggi ( i colleghi che redigono i pdp e si trovano davanti certe diagnosi, sanno cosa intendo).

Finchè un cretino si alzerà ogni mattina, dirà la sua sulla scuola e un giornale lo pubblicherà in prima pagina, finché i social saranno pieni di imbecilli che pontificano su un lavoro sempre più complesso e frustrante, senza sapere di cosa parlano, finché il ministero dell’Istruzione verrà assegnato per dare un contentino a questo o quello schieramento e non sulla base di competenze reali ( vabbè il ministro attuale le competenze le avrebbe, in teoria. E’ sul reali che crolla), parlare di scuola sarà inutile e inutile sarà leggere le argomentazioni di chi ne parla, perché non sa quel che dice.

Prima del Covid, non andava tutto bene. Le classi erano stracolme, gli spazi limitati, i programmi svolti obsoleti, anzi morti, visto che non esistono più da trent’anni e continuiamo a prorogarne la fine, mancava il personale per buona parte del primo quadrimestre, non c’era alcun motivo logico per un un/a giovane dotato/a di normali facoltà mentali dovesse scegliere di svolgere un mestiere ingrato, mal pagato, faticoso e burocraticamente allucinante.

Lasciamo poi stare i tupamaros della scuola in presenza, i luddisti pronti a distruggere i pc, ecc. ormai bastano tre alunni, probabilmente prezzolati che stazionano davanti a una scuola vuota, e pochi colleghi convinti, no, loro non sono prezzolati ci credono davvero, per dire che i ragazzi e gli insegnanti vogliono la scuola in presenza a rischio della vita.

Poi partecipi a un’assemblea sindacale e tocchi con mano i problemi, la paura, le preoccupaszioni di una categoria che nessuno più rispetta. Con buona pace dei luddisti.

Passato il Covid, sarà uguale, La scuola continuerà ad essere classista e ad escludere gli ultimi esattamente come prima: le classi continueranno ad essere sovraffollate ( vi passa mai per la mente che definirle “pollai” è offensivo verso i ragazzi?), gli insegnanti a mancare, i precari a protestare, i ministri a legiferare cose inutili.

La verità, corroborata dai fatti, è che la scuola, ormai, è solo uno strumento di propaganda politica, una parola di cui riempirsi la bocca e poi sputare via, un cattivo pensiero da scacciare. Non gliene frega niente a nessuno e lo Stato si guarda bene dall’investire sull’istruzione, per limitare il rischio che si riesca davvero a formare e istruire generazioni di ragazzi consapevoli e dotati di spirito critico.

Il fatto che, nonostante tutto e tutti, continuiamo a svolgere il nostro lavoro, ad andare avanti anche in piena emergenza, ad usare la DaD come un momento di formazione e stimolo a fornire un servizio migliore, personalmente non lo trovo un motivo di vanto: probabilmente, dimostra solo che siamo cretini.

Il consiglio di lettura di oggi è il diario, esilarante ma non troppo, di una collega di Vercelli.

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Quando si canta la poesia

Mettere in musica una serie di poesie potrebbe sembrare ai più ridondante: la poesia contiene già musica al suo interno un proprio ritmo, una propria melodia, è autoreferenziale per eccellenza. Eppure…

Se c’è un appunto da fare a questo lavoro di Gianni Priano, valente poeta genovese con mezzo cuore in Piemonte e Giovanni Peirone, è il titolo: Non è niente. È il titolo della prima composizione ma non rende l’idea di quanto il lavoro sia prezioso, curato, suonato e cantato da chi conosce a fondo l’opera di Priano e l’ha fatta sua, regalando una cornice adeguata allo spettacolo dei versi, arricchendoli di una dimensione inedita e affascinante.

Viene in mente la scuola genovese, ascoltando le canzoni: Bindi, Tenco, Paoli e viene in mente il Guccini più intimo e introspettivo, quello che si racconta senza pudori. Ma i richiami musicali sono inevitabili e qui non si limitano alla mera iterazione di schemi noti ma penetrano profondamente all’interno dei versi trovandone la giusta colonna sonora. Quasi completandoli, se il poeta mi perdona.

Le poesie di Priano sono racconti in versi, sempre tesi al ricordo, alla ricerca di radici perdute e alla contemplazione di un presente che viene analizzato con spietatezza. Sullo sfondo, quell’ironia dolente che è tipicamente ligure, quel sorriso a denti stretti che un genovese riconoscerebbe all’istante, ora tenero ora feroce ma sempre, almeno in nuce, presente.

Il Poeta è spietato nell’analisi del tempo che passa, degli amori che si disperdono come fumo nell’aria, quasi un anatomista dei sentimenti passati e presenti, capace di improvvisi slanci di tenerezza, quasi infantile quando parla degli affetti veri. Ritroviamo accenti di Sbarbaro, Montale, Campana, nei suoi versi, ma non si tratta di citazioni quanto, piuttosto, come è nell’arte dei poeti veri, di una rielaborazione e una sintesi originale e personale. Priano è Priano e i paragoni sono solo un vizio didattico di chi scrive, una semplificazione che non rende giustizia a questi versi freschi e contemporanei.

Un cd da ascoltare e riascoltare nei pomeriggi di questo inverno assurdo, da ritrovare come un vecchio amico quando la malinconia ci assale, da centellinare come un bicchiere di buon vino in una sera fredda, per ritrovare calore e sorrisi, per scivolare in quella quieta malinconia che ci conforta.

In una recente intervista Priano dichiarava che non ama esser chiamato poeta quanto piuttosto scrittore. Ognuna di queste poesie ( perché poeta lo è, suo malgrado, pure bravo) è un flash, un frammento di vita vissuta, un dolore o una gioia regalate a chi ascolta, mentre le note sapienti delle chitarre acustiche di Giovanni Peirone carezzano l’anima. Vediamo,sullo sfondo, l’amarezza del presente e le sue dolorose contraddizioni, la solitudine di chi vede lontano, il dolore di chi vede svilire ogni cosa, dalla fede, anzi dalle fedi, alla vita umana.

Questo lavoro è un gioiello dolente, cesellato da orefici abili e discreti, che alle urla belluine del tempo sostituisce la carezza di una poesia e il calore di una musica che tocca le corde giuste del cuore.

Non posso che consigliare, oltre al cd, un libro di Priano, poeta genovese, cuore piemontese e cervello fino.

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